Difensore e gentiluomo, Scirea resta un esempio anche con il solo ricordo

A 36 anni la scomparsa di un campione dentro e fuori dal campo Era il vice di Zoff alla Juve, il tragico incidente in Polonia
TORINO. Era una domenica come le altre, il 3 settembre del 1989, ed eravamo tornati da San Siro dove avevamo raccolto il materiale per Milan-Lazio. Era la seconda giornata di campionato ed entrammo nella sala delle riunioni per raccontare dell’autogol di Maldini e della vittoria della Lazio. Vedemmo le facce scure di Tito Stagno, Sandro Ciotti e Carlo Sassi che stavano facendo la scaletta della Domenica Sportiva. Erano passate le 20 e bisognava rivoluzionare la trasmissione: «È morto Gaetano Scirea» disse Ciotti con tono grave. Restammo impietriti. Scirea era andato in Polonia a seguire il Gornik Zabrze per riferire a Dino Zoff, che era allenatore della Juve vittoriosa a Verona per 4-1. Il Gornik era l’avversario dei bianconeri in Coppa Uefa. Era la Juve di Tacconi, Schillaci, Zavarov, Tricella. La partita in Polonia si era giocata il sabato e l’aiutante-amico di Zoff, campione del mondo come lui, vincitore di scudetti e coppe, aveva dormito a Katowice. La mattina era partito per Varsavia, da dove avrebbe preso l’aereo per Milano per poi rientrare a Torino. Sulla strada era successa una disgrazia. Le notizie dalla Polonia arrivarono in maniera frammentaria: alla fine, si seppe tutta la triste verità. In Polonia era difficile trovare distributori aperti. Così l’autista che doveva portare Scirea a Varsavia aveva messo nel bagagliaio delle taniche di benzina. Sulla strada, uno scontro frontale con un camion causò l’esplosione della macchina che trasportava lo juventino. Morti lui e l’autista. La signora Mariella, il figlio Riccardo e tutti i parenti lo attesero invano. Come Zoff e la moglie Anna, che avrebbero dovuto cenare insieme con gli Scirea. Allo stadio, dove il pullman bianconero arrivò da Verona, c’era gente che piangeva e si seppe l’amara verità. Anna Zoff abbracciò Dino e gli disse: «Gaetano è morto». La Domenica Sportiva aveva dato la notizia e tutta l’Italia pianse quel ragazzone buono, che era stato un grande giocatore che non era stato mai espulso e che non meritava di fare quella fine. Un uomo un po’ introverso e timido, ma di grande spessore morale. Naturalmente lo avevamo intervistato tante volte ed era stato difficile strappargli parole polemiche o irrispettose. Era candido come un giglio.
Lo avevamo seguito dai primi passi della carriera: dalla natia Cernusco sul Naviglio era andato a Cinisello Balsamo. Suo padre era operaio alla Pirelli ed era il sedicesimo figlio, come la mamma che era la nona, di una famiglia d’altri tempi, quando i bambini erano una benedizione. Lui faceva il libero e il suo stile aristocratico in campo era indecifrabile, viste le origini. La sua personalità sul terreno di gioco era indiscutibile con tanti compagni facinorosi attorno che lui riusciva a domare con suo stile calmo ma deciso. Cominciò a giocare negli allievi dell’Atalanta e faceva il centravanti. Lui scherzosamente lo ricordava nelle interviste e diceva che si considerava un n. 9 rovesciato, visto che da libero indossò il n. 6. Poi disputò due campionati in serie A con il club bergamasco. La Juventus lo scoprì proprio fra i nerazzurri e lo portò a Torino dove divenne il libero per antonomasia, da cui partiva spesso la manovra bianconera e poi quella azzurra (78 presenze, 2 gol), quando Bearzot lo portò in Nazionale e ai Mondiali d’Argentina (quarto posto) nel 1978 e poi a quelli vinti in Spagna nel 1982. Nel suo palmares, una Coppa del Mondo, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Uefa, una Supercoppa Uefa, una Coppa delle Coppe, sette scudetti e quattro Coppe Italia. Insomma, un palmares da campione. E non si capisce perchè il destino si sia voluto accanire contro di lui, trent’anni fa.
Franco Zuccalà

