Diz: Italia tra le big, decidono i dettagli

8 Settembre 2018

L’ex schiacciatore argentino tra ricordi e presente: «A Chieti ho vissuto anni bellissimi, che bel gruppo quello con Dvorak» 

CHIETI. «Chi vince festeggia, chi perde spiega». Una frase di Julio Velasco che Alessandro Diz si porta dietro da tempo. E che sicuramente gli è tornata utile sia nella carriera sportiva che nella vita professionale. Il presidente della Teate Basket Gabriele Marchesani lo ha voluto nello staff dirigenziale della nuova società e lui, medaglia di bronzo olimpica a Seul nel 1988 con la nazionale argentina di volley e ora agente di commercio, in un certo senso si schernisce. «Non so molto di basket, ma spero di dare un buon contributo attingendo alla mia lunga esperienza nel mondo dello sport. Partendo, magari, proprio dagli insegnamenti di Velasco che, al di là di tutto, insisteva sullo sradicamento della cultura dell’alibi. Se perdi non sei stato abbastanza bravo e devi migliorare. Punto. Poco più che ragazzo, me lo sono sempre sentito ripetere da lui, al tempo viceallenatore nella nazionale giovanile argentina». E può partire la storia. Nella natia Buenos Aires. «Mi piaceva il calcio nella città delle tante squadre e dalle infinite passioni. Tifavo e tifo l’Independiente di Avellaneda e ricordo ancora l’entusiamo per la vittoria nel Mondiale del 1978. Avevo tredici anni e, come tanti, sapevo poco o niente della situazione politico-sociale legata al regime militare che era al potere. Ero solo contento di veder vincere l’Argentina e, intanto, giocavo, sempre con migliori risultati, a pallavolo. Un anno in Spagna e da Chieti, allora in Serie A1, arrivò una chiamata nell’estate del 1984. La accettai e mi trovai a far parte di un gruppo importante assieme a Dvorak, palleggiatore della nazionale statunitense, forse il più forte con il quale ho giocato, Zecchi, Gobbi, Travaglini, Castagna, Esposito ed Agricola. Davvero una buona squadra protagonista, dopo un avvio incerto, di un ottimo girone di ritorno. Ancora oggi, in città, parecchie persone mi ricordano la decisiva vittoria per 3-1 sulla Robe di Kappa Torino, campione d’Europa, in un PalaTricalle strapieno. Erano i tempi di TeleMontecarlo, il palasport era appena stato inaugurato e Chieti viaggiava sulle ali dell’entusiamo. L’anno dopo le cose andarono però sfaldandosi, sfumò il mio passaggio proprio a Torino e tornai in Argentina». Dove Alessandro era ormai entrato in pianta stabile nella nazionale biancoceleste. «E si guardava alle Olimpiadi di Seul. Giocammo un buon torneo e la sconfitta in semifinale con la Russia ci portò alla sfida per il terzo posto contro il Brasile. La notte prima della partita non dormì nessuno, eravamo determinatissimi e riuscimmo a salire sul podio, con un bronzo al collo, dopo ben tre ore di gioco. Indimenticabile». Ancora esperienze a Mantova e Salerno, poi sei anni di inattività. «A Chieti avevo conosciuto mia moglie Annalaura iniziando a lavorare nell’azienda di famiglia. Quindi la decisione di tornare in campo ricominciando da Catania per poi arrivare a Modena dove ho vissuto una stagione fantastica. Una città unica nel mondo della pallavolo italiana. Per tradizione, passione e competenza. Ho chiuso con due campionati, sempre di A1, a Parma. Avevo 36 anni. Poteva bastare così».
Vigilia dei campionati mondiali di pallavolo che si disputeranno in Italia con gli azzurri e l’Argentina nello stesso girone. «L’Italia, reduce dall’argento delle Olimpiadi di Rio, fa sicuramente parte delle cinque-sei formazioni favorite. Tra i valori di queste esiste, comunque, una differenza minima. Quattro palloni giocati male e perdi una partita, insomma. Molto difficile, quindi, fare pronostici».
Giuseppe Rendine
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