«Emozioni e storie, così racconto il calcio»

Il giornalista Mediaset reduce dal Mondiale: a Mosca ordine e pulizia
RIPA TEATINA. È stato il quarto Mondiale da giornalista, ma Pierluigi Pardo, così come gli altri colleghi di Mediaset, si è consacrato a livello di popolarità grazie alle telecronache e agli approfondimenti di Russia 2018 trasmessi in esclusiva e in chiaro sulle reti del Biscione. Un’opportunità colta al volo dal 44enne giornalista e scrittore romano. Che non passa inosservato dal momento che si caratterizza con uno stile del tutto personale di raccontare partite di calcio, emozioni e storie. Un personaggio popolare (anche) tra i ragazzi perché da tre anni è il telecronista italiano della serie di videogiochi Fifa 2015, affiancato da Stefano Nava per il commento tecnico.
Pardo, che Mondiale è stato?
«Incerto e divertente. Non so se livellato verso il basso o verso l’alto sul piano tecnico. E nemmeno mi interessa. Però, è stato bello».
Che Russia ha visto?
«Ho avuto modo di vivere una città, Mosca, particolarmente rifiorita. Organizzata. Mi sono compiaciuto nel vedere la gente giocare a pallone nella piazza Rossa. Un bel clima. Zero problemi, zero violenza. Chiaramente dove siamo stati era tutto tirato a lucido. E poi la pulizia: dopo le partite non c’era un cartone fuori posto. Organizzazione più colore, è stato bello. Non me l’aspettavo a questi livelli».
L’immagine-simbolo del Mondiale?
«La gente che gioca a pallone nella piazza Rossa, laddove c’erano carri armati e parate militari. Potenza del calcio».
E il Mondiale di Mediaset?
«Sono felice per i complimenti che ci sono piovuti addosso. Abbiamo cercato di trasformare un problema in un’opportunità. Ovvero, in mancanza dell’Italia si è apprezzato di più il gusto di vedere una partita. Più calcio giocato che parlato. Non ci sono stati dibattiti sul modulo, interpretazioni di una conferenza stampa e quant’altro sarebbe potuto accadere con la presenza dell’Italia. Le partite vincevano su tutto. Anche sulle polemiche. C’è stato meno pathos, visto che non eravamo coinvolti direttamente».
Mediaset rivalutata dopo Russia 2018?
«Noi siamo questi e lo siamo da anni. Mi fa piacere ricevere complimenti, ma più che una rivelazione siamo una conferma. Siamo la squadra Premium: prima ci vedevano solo in pay tv, a giugno e luglio siamo stati alla portata di tutti trasmettendo in chiaro».
Lei quando ha iniziato a fare telecronache?
«Era il 1996, mandai a Tele+ una cassetta Vhs con la telecronaca di Nottingham Forest-Chelsea. Poi, quattro giorni prima della Umbro Cup mi chiamarono per andare subito in diretta. Esordii con Massimo Marianella. Avevo 22 anni e lì finii di essere bambino, lo spartiacque della mia vita».
Il suo stile è un po’ particolare.
«Diciamo che cerco di non prendermi molto sul serio. Durante Russia 2018 ho provato a infarcire le telecronache con quattro-cinque cose che la gente non si aspettava, anche perché il Mondiale va oltre il calcio e si prestava a questo genere di racconto».
Il suo modello?
«Beh, direi che Sandro Piccinini ha cambiato il modo di fare le telecronache negli ultimi 30 anni. A me piace farlo in maniera personale e coraggiosa, nel filone di lavoro che è di Massimo Marianella. C’è chi non vuole apparire e chi, invece, vuole metterci del suo. Io cerco di trasmettere quelle che sono le mie emozioni e i punti di riferimento sono Beppe Viola per l’ironia e Giampiero Galeazzi per il rapporto alla pari instaurato con i calciatori per raccontare qualcosa di più divertente».
Tiki Taka, la sua trasmissione televisiva, come nasce?
«Il nome prende spunto dallo stile di gioco del Barcellona, è ovvio. Ricordo che cinque anni fa c’era un buco in palinsesto su Italia 1 e venne l’idea di riprovare con un programma calcistico in seconda serata che ormai era andato fuori moda. E devo dire che i dati ci hanno premiato».
Il suo legame con l’Abruzzo?
«Ultimamente vengo spesso. Al di là della mia presenza al Festival Marciano di Ripa Teatina, recentemente sono stato a Pescara con Massimo Oddo. E comunque l’Abruzzo mi ricorda le vacanze in montagna da bambino, a Campo Felice».
E nel tempo si è scoperto anche scrittore.
«Per caso. Avevo mandato un po’ di cose al mio editore con la preghiera di non farle leggere a nessuno. E, invece, furono girate al settore narrativa. Da qui, le prime pressioni per invitarmi a scrivere qualcosa. Niente. Fino a quando una sera mi ruppero il vetro del finestrino alla macchina e scomparve il computer. Praticamente, persi tutto. Chiamai la Rizzoli per chiedere se era possibile recuperare quelle 100 pagine che avevo scritto. E dissi: “Se me le ritrovate comincio a scrivere”. Naturalmente vennero fuori, recuperando le e-mail del passato e iniziai a scrivere questo romanzo ambientato durante i Mondiali di Germania 2006. Devo dire che ho ricevuto delle ottime recensioni che mi hanno inorgoglito».
La telecronaca più emozionante?
«Tante, da Barcellona-Paris Saint Germain 6-1 fino a Roma-Barcellona della passata stagione. Durante i Mondiali Germania-Messico e Inghilterra-Croazia, partite non banali».
Il futuro del calcio in televisione?
«Ci sono due tendenze, a mio avviso. Una appena sperimentata, ovvero quella della tv generalista gratis che va da Dio in occasioni dei grandi eventi. E poi sono attratto dalla scommessa di Perform: l’idea di avere il calcio a disposizione su qualsiasi strumento è una rivoluzione. La fruibilità a tutti i livelli e in tutti i posti è un passo avanti. Quindi, credo che ci sarà il calcio per tutti e poi approfondimenti pagando un prezzo alla portata».
Infine le telecronache con Cristiano Ronaldo.
«Ne ho già fatte tante. Resta il fatto che il suo arrivo è una grande occasione per la Juventus in primis e per tutto il calcio italiano. Un’opportunità di rilancio per il movimento da cogliere al volo».
roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

