Equilibrio e motivazioni: ecco Ricci il vincente

Sette successi in altrettante gare da quando ha preso il posto di Fuentes: «Prima del derby ho voluto i familiari nello spogliatoio per caricare i ragazzi»
MONTESILVANO. Da quando c'è lui esiste un solo verbo: vincere. Antonio Ricci è l'uomo della riscossa dell'Acquaesapone che ha scalato posizioni nel campionato di serie A di calcio a 5. Poco più di due mesi fa Ricci ha preso il posto di Francisco Fuentes sulla panchina. E da allora il club della famiglia Barbarossa ha ritrovato il sorriso. Con il tecnico spagnolo erano arrivate 4 sconfitte nelle prime 6 gare, invece il 50enne romano ha fatto l'en plein: 7 successi in altrettante partite, più un pareggio e una vittoria nella Winter Cup. L'allenatore nato a Latina e cresciuto a Roma nel quartiere Quadraro è ormai montesilvanese d'adozione. Da ragazzino, a scuola, nelle ore di educazione fisica praticava il calcetto. A distanza di tanti anni, l'amore è rimasto invariato. Anzi, a un certo punto è diventato irresistibile, tant'è che Antonio ha deciso di lasciare il suo impiego in banca per dedicarsi al calcio a 5. Prima, però, ha creato una società operante in campo finanziario che riesce a gestire senza rinunciare alla grande passione. Sposato con Simona, è padre di tre figli: Elena di 4 anni, Cecilia che ne ha 9 e Jacopo, il 12enne primogenito che gioca nei Giovanissimi dell'Acquaesapone.
Ricci, con lei in panchina la squadra vola. Qual è il segreto?
«Ho provato a trasferire i miei principi tattici ad una squadra aveva bisogno di esprimere le proprie qualità che sono immense. Rispetto al passato forse occorreva un atteggiamento che potesse garantire maggiore equilibrio nelle due fasi di gioco».
Nelle prime 6 gare l'Acquaesapone ha subìto 26 gol, mentre nelle 7 della sua gestione appena 12. Un dato eloquente, non crede?
«Sì, diciamo che prima in fase di possesso palla c'era troppa audacia. Chi mi conosce sa che sono schietto. Reputo Fuentes un bravissimo allenatore, però il campionato italiano non permette alcune cose. Per essere più chiaro chiamo in causa il calcio a 11: in serie A uno come Zeman non funziona sempre, al contrario di tecnici come Fabio Capello che sono garanzia di risultati. Lo stesso accade nel calcio a 5. Ben vengano gli allenatori stranieri, ma dovrebbero adattarsi alla mentalità italiana».
Sabato si è tolto la soddisfazione di battere il Pescara del suo amico Fulvio Colini.
«Abbiamo vinto contro un avversario fortissimo che è rimasto in partita fino alla fine. Diciamo che gli episodi ci hanno dato una mano, anche se i miei ragazzi sono stati bravi a sfruttarli. Da Fulvio ho imparato tanto quando ero suo collaboratore nel Montesilvano».
Prima del fischio d'inizio ha chiamato i familiari dei calciatori nello spogliatoio. Ci spiega il motivo?
«La gestione del gruppo è fondamentale. So cosa prova la mia famiglia quando si perde o se c'è tensione. All'andata l'Acquaesapone era stata travolta dal Pescara (7-1, ndc) e per caricare i ragazzi ho pensato di coinvolgere i familiari. Di solito lo spogliatoio è inviolabile, ma ho fatto un'eccezione per questioni motivazionali. Per fortuna è andata bene».
Chi vincerà lo scudetto?
«È dura fare pronostici. Noi, il Pescara e la Luparense sembriamo le principali candidate, ma non me la sento di escludere il Kaos che per investimenti fatti dovrebbe avere una classifica migliore. Ad aprile gli emiliani rischiano di diventare la "bomba" del campionato. Occhio anche al Napoli che ha una buona rosa e un allenatore furbo. L'anno scorso il Rieti guidato da un tecnico preparatissimo come Mario Patriarca ha dimostrato che con la volontà e un gruppo unito si può lottare per il successo anche senza un organico di prim'ordine. Noi dobbiamo lavorare, non abbiamo ancora una precisa identità».
A febbraio torna la Winter Cup. Che importanza ha?
«Molta. Faremo di tutto per conquistarlo, poi penseremo al campionato e alla Coppa Italia. A me piace vincere, mi arrabbio anche se perdo a scopa con mia figlia».
Però regalare il primo scudetto all'Acquaesapone sarebbe il massimo, non crede?
«Certo, dopo la mancata iscrizione del Montesilvano ero deluso. Ho rifiutato alcune offerte per aspettare l'occasione giusta. E quando è arrivata la chiamata di Enio Barbarossa la trattativa si è chiusa in dieci secondi. Questa è una società prestigiosa che fa tanti sforzi. Poi ho la fortuna di rigiocare nel palazzetto della mia Montesilvano. Lavoro qui dentro da 7 anni, si tratta della mia seconda casa. Vincere qui avrebbe un sapore unico».
Giovanni Tontodonati
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