Fenomeno Impavida: dalla parrocchia alla A2

8 Agosto 2018

Il dirigente storico Paris ripercorre la storia del club nato nel 1968

ORTONA. Cinquanta anni di storia dell’Impavida. Ortona li festeggerà domani, in piazza San Tommaso, con una serata in cui verranno ricordati i momenti più esaltanti. Mezzo secolo di pallavolo ortonese, oggi, con il marchio Sieco, diventata la massima espressione abruzzese con la squadra del presidente Tommaso lanci che si appresta a vivere il settimo campionato di fila in A2. In bacheca anche due titoli nazionali giovanili. E tanti giocatori passati da queste parti che poi hanno giocato in A1. Cinquanta anni in cui si sono avvicendati giocatori, allenatori e presidenti. Chi li ricorda tutti, o quasi, è Angelo Paris, il trait d’union di più generazioni. Un dirigente che è una sorta di memoria storica. Negli anni ha ricoperto i ruoli più svariati: addetto stampa, dirigente accompagnatore, team manager e quant’altro. «Il mio primo tesseramento risale al 1976», ricorda, «avevo appena 16 anni, l’età minima necessaria per avere il tesserino. Ma vivevo già da tempo l’Impavida, dal momento che la mia parrocchia era quella di Santa Maria delle Grazie, la culla della società».
Come nasce l’Impavida?
«Nel 1968 per merito di Antonio Seccia (per anni direttore sportivo) e di Padre Camillo d’Orsogna. Seccia aveva svolto il servizio militare ad Ancona e si era innamorato della pallavolo, frequentava la parrocchia e, d’intesa con Padre Camillo, decise di alzare questa rete nel piazzale dietro la chiesa dove i ragazzi andavano a giocare. L’Impavida nasce nel 1968, ma comincia a fare i campionati federali nel 1970».
Che cos’è l’Impavida a Ortona?
«Un fenomeno sociale che va al di là dell’aspetto sportivo. Non c’è famiglia che non abbia avuto a che fare con l’Impavida, indipendentemente dalla conoscenza della pallavolo. In un modo o nell’altro ha coinvolto tutti. Non c’è una persona a Ortona che non sappia che cos’è l’Impavida».
Ha resistito a tutte le mode e ai cambiamenti?
«All’Impavida è legata la figura di Padre Camillo, un personaggio benvoluto. Che ha fatto del bene a Ortona. È entrata nel tessuto sociale. E’ il simbolo della città. Ancora oggi ho le chiavi della bacheca della società posta lungo il corso principale. E la tengo aggiornata, nonostante i social la facciano da padrone sul piano della comunicazione. E se per qualche giorno non metto comunicazioni nuove c’è chi me ne viene a chiedere conto».
Il momento più bello?
«L’anno della prima promozione in serie A2, stagione 1983-84. Avevamo difficoltà a ripartire, problemi economici. C’era il rischio che la storia si fermasse e, invece, con un colpo di reni allestimmo una squadra raccogliticcia. C’era Giontella. Ricordo Pangarov, il bulgaro che è stato il primo straniero della nostra storia. E c’erano Esposito e Agricola. Una squadra costata 4-5 milioni. Partimmo in sordina, ma fu una cavalcata trionfale. La città era impazzita».
Nel 2012 il ritorno in A2 dopo anni di magra.
«Perdemmo gli spareggi promozione con il Cesenatico. Ero convinto che ce l’avremmo fatta e, invece, fummo eliminati in semifinale. Una delusione totale, ero rassegnato alla serie B. Avevo il timore di non poter più rivivere certe emozioni. E proprio quell’estate ci fu la telefonata del nostro presidente, Tommaso Lanci, che mi confidò: “Angelo faremo la A2, saremo ripescati”. Fu una gioia indescrivibile per chi, come me, fa il dirigente per passione senza fini di lucro».
Il momento più brutto?
«Nei primi anni Duemila, la seconda retrocessione di fila in C, nonostante avessimo ricomprato il titolo sportivo dal San Giuseppe Vesuviano».
Il giocatore più forte?
«La pallavolo è cambiata nel tempo, ma io resto affezionato a Marco Giontella, un alzatore spettacolare. Venne a Ortona dopo lo scudetto vinto con la Toseroni e dopo la finale persa dei Mondiali del 1978 contro la Russia. Era un divertimento vederlo all’opera. Era un lusso averlo da noi. Avevano tutti rispetto e timore reverenziale nei suoi confronti, anche gli arbitri che, a volte, gli lasciavano passare qualche palleggio sporco».
E c’erano i mitici derby con il Lanciano.
«Tempi eroici. Quelle partite erano una battaglia dentro e fuori dal campo. Un’esasperazione frutto di una rivalità non solo pallavolistica. A quei tempi ogni derby era una guerriglia con grossi problemi di ordine pubblico. Erano i tempi di Padre Camillo contro Padre Lorenzo. A distanza di anni devo dire che era decisamente troppo».
Fece scalpore la coppia di stranieri composta da Tchernichov e Wilson, un russo (campione del mondo nel 1978) e un americano insieme in squadra ai tempi della guerra fredda.
«Era la stagione 1986-87, in A2. Tutta la stampa nazionale si occupò di noi. E finimmo anche a Unomattina, alla Rai».
Il presidente a cui è rimasto più legato?
«Il compianto Camillo Bellomo, per me un secondo padre. Ma il sottoscritto, al pari della città, è molto grato all’attuale presidente Tommaso Lanci. Gli devo un grazie enorme per quello che fa per l’Impavida. Ha risollevato la società, l’ha ristrutturata e ha regalato grandi emozioni alla città».
All’orizzonte che cosa vede?
«Un futuro roseo. Qui la pallavolo è passione popolare. E la famiglia Lanci ha fatto e sta facendo grossi sacrifici per portare avanti il simbolo sportivo della città. Le basi solide sono quelle di un vivaio di qualità. Certo, se qualcuno decidesse di dare una mano a questa proprietà magari si potrebbe anche sognare in grande. Ma per me, credetemi, è già una soddisfazione vedere l’Impavida stabilizzata in A2. Anzi, dico di più: sette anni di fila in A2 sono un lusso per la città».
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