Fiaschi: questo calcio non mi diverte, ma il Chieti risorgerà

13 Giugno 2018

L’ex neroverde degli anni Ottanta tra passato e presente: «Ai miei tempi c’era un maggiore senso di appartenenza»

CHIETI. «Non posso non seguire le vicende relative al calcio cittadino. Ho indossato per cinque stagioni la maglia del Chieti e questa è ormai, da tanti anni, la mia città. La città in cui vivo e lavoro, dove ho tanti amici e nella quale, in ogni caso, mi sono trovato subito a mio agio».
Parola di un tifoso particolare, ovvero Fabio Fiaschi, protagonista di momenti importanti della storia neroverde. «Spero che in tempi più o meno brevi si possa tornare in categorie più consone. Anche quando arrivai a Chieti, a metà degli anni Ottanta, la situazione non era delle migliori. Poi l’inizio dell’era Mancaniello e tutto cambiò proponendo una immagine globale che, ai tempi, era da considerare all’avanguardia. E i risultati sul campo arrivarono, nonostante tanti episodi negativi». Tra questi uno spareggio che Fiaschi ha ancora ben impresso nella mente. «Quello di Latina contro il Lanciano. Il campionato lo avevamo praticamente in mano, ma, poi, il Lanciano venne a vincere all'Angelini in una gara in cui colpii una traversa a cinque minuti dalla fine. Tanta delusione tra i nostri tifosi che però continuarono a rimanerci vicino fino ad arrivare in massa a Latina. Ho ancora i brividi pensando all'entusiasmo di quel giorno, mortificato da una sconfitta ai calci di rigore. Ma patron Mancaniello non si scompose. Promise che l’anno successivo avremmo stravinto il torneo e così fu. Un’organizzazione perfetta, tra l’altro giravamo i campi di Interregionale con impeccabili divise sociali. Giacca, cravatta ed una società attrezzata sotto tutti gli aspetti con la sapiente regia di Claudio Garzelli». Ancora uno spareggio, stavolta per salire in C1, di fronte la Ternana con oltre diecimila sostenitori al seguito a Cesena, ancora parità e calci di rigore beffardi. «Uno lo sbagliai io. Il portiere Renzi aveva un gran fisico, allargò le braccia ed io allargai il tiro fino a mandare fuori il pallone. Peccato, perché i nostri avversari, ben messi dal punto di vista tecnico, arrivarono stanchi allo spareggio nel quale, nonostante l’assenza di Sgherri, infortunato, giocammo con grande determinazione. Avremmo meritato di vincere, e quella fu anche la mia ultima partita in neroverde». Sono passati quasi trent’anni. Altri tempi, altro calcio. «Quello di adesso lo seguo con un certo distacco. Eccezion fatta per quando, in campo, ci sono i miei figli. Ma questo è normale. Le grandi partite si seguono in televisione praticamente ogni giorno. Interesse e spirito di appartenenza, specie a certi livelli, si sono affievoliti. Davvero difficile pensare oggi a tremila persone che trepidano attorno ad una partita di serie D. Allora, durante l’intera settimana eravamo al centro dell’attenzione con la gente che ti fermava in strada per incoraggiarti e conoscere da vicino un mondo che affascinava e coinvolgeva. Il calcio di adesso, con tanti tatticismi, mi annoia e a volte penso magari a cosa avrei potuto fare, con la mia velocità, su un lancio lungo contro una difesa schierata a zona. Poi quel giro palla continuo, specie nelle categorie più basse, non mi piace affatto. Prevale comunque la componente atletica e ricordo ancora le doti tecniche di Vito Graziani, nel mio ultimo anno a Chieti. Altro livello. Certo, non correva molto, ma le traiettorie dei suoi palloni erano strepitose». Piedi buoni, insomma.
Detto da un podologo affermato come Fabio Fiaschi, il parere è di quelli che contano. «Parlo spesso di calcio con i miei clienti ricordando quel periodo e ho visto anche tanti giovani tifosi seguire con passione la squadra a Miglianico dove giocava mio figlio Lorenzo. L’interesse non è quello di una volta, ma in questi giorni sento parlare di rinnovati obiettivi e credo esistano comunque i presupposti per tornare a buoni livelli. Ne sarei felice perché Chieti e l’Abruzzo mi hanno conquistato. Sono un appassionato di fotografia e i miei scatti trovano puntualmente scorci favolosi in una terra bellissima ma non valorizzata come si dovrebbe».
Giuseppe Rendine
©RIPRODUZIONE RISERVATA.