Figc e diritti tv, un caos C’è Malagò nel mirino

Voglia di ribaltone: riproposto Abete contro l’egemonia del Coni
PESCARA. Un gran casino. Chi pensava che il commissariamento del calcio italiano potesse dare il via a una stagione delle riforme in grado di invertire la rotta si trova di fronte un quadro ancor più complicato di quello iniziale.
L’intervento del Coni, al momento, ha peggiorato, suo malgrado, la situazione. Ci sono due fronti aperti molto delicati: uno riguarda la governance della Figc e l’altro i diritti tv. Sullo sfondo c’è anche la scelta del commissario tecnico, Roberto Mancini, che viene effettuata da una classe dirigente, capitanata dal commissario Fabbricini e dal sub commissario Costacurta su input di Malagò, in procinto di essere mandata a casa. Un caos totale, niente affatto calmo.
Figc. Poco più di tre mesi di gestione commissariale del Coni, attraverso il segretario Roberto Fabbricini, sono passati invano. Anzi, sono serviti a compattare quelle componenti – Dilettanti, Lega Pro, Aic e Aia – che fino alla fine di gennaio erano in lite e non sono riuscite a votare il presidente della Figc, favorendo per l’appunto l’avvento del commissario. A quanto è dato sapere l’intervento di Fabbricini – espressione di Malagò - sul mondo del calcio sarebbe stato abbastanza energico. Forse troppo. “Adesso vi faccio vedere io come si fa”, sarebbe stato il tono adottato nelle riunioni con i vari Sibilia, Gravina, Tommasi e Nicchi, al quale, tra l’altro, è stato comunicato che nella nuova ripartizione delle quote elettorali il 2% degli arbitri sarebbe scomparso. Apriti cielo!
Appena un paio di riunioni infruttuose e quelli che hanno litigato fino a gennaio hanno trovato subito un accordo: ribaltare la gestione commissariale, chiedendo la convocazione dell’assemblea elettiva e designando un personaggio terzo alla presidenza, rinviando la resa dei conti al 2020, quando finirà il quadriennio olimpico. Quindi, uno che non sia Sibilia, Gravina e Tommasi per togliersi di mezzo il dominus Malagò.
La scelta è ricaduta su Giancarlo Abete che è stato presidente della Figc fino al 2014, dimessosi dopo la debacle della spedizione ai Mondiali del Brasile e ignaro all’epoca che ci sarebbe stato chi avrebbe fatto peggio successivamente. Il vecchio che avanza, si dirà. Proprio così. C’è tanta di quella distanza tra le componenti del calcio italiano e i commissari che i litiganti di un tempo sono andati a richiamare Abete. Tutta questa operazione, ovviamente, viene fatta alle spalle del Coni che detiene anche il commissariamento della Lega di serie A, principale azionista del mondo del calcio, dal momento che foraggia gran parte del movimento con i ricavi dei diritti televisivi. Si dovrebbe votare ad agosto in federazione, tanto che sono state già avviate le sottoscrizioni dei delegati assembleari.
Questo il fronte federazione, ma molto più delicato è quello dei diritti tv della Lega di serie A, il cui commissario è Giovanni Malagò, presidente del Coni che rischia di perdere il nume tutelare politico Luca Lotti, ministro dello sport e braccio destro di Renzi.
Il pallone in tv è un rebus. Ad oggi non si sa dove vedremo in televisione le partite della serie A per il prossimo triennio. A partire da agosto. I diritti sono stati venduti alla spagnola Mediapro per un miliardo e 50 milioni l’anno, ma il bando per l’assegnazione è stato bocciato dal Tribunale di Milano dopo il ricorso di Sky. Quindi, ad oggi la Lega è in mezzo al guado. Non sa che pesci prendere. Il motivo è presto spiegato: Mediapro pensava di rivendere alle televisioni un prodotto già confezionato in modo tale da poter rientrare della cifra promessa alla Lega A, però il tribunale ha detto di no. E Sky, a suo tempo, ha fatto un’offerta inferiore, circa 950 milioni a stagione. Tecnicamente i diritti sono ancora di Mediapro che però non sa che cosa inventarsi per ottenere i ricavi in grado di sostenere i soldi da girare alla Lega. Sky, dal canto suo, è alla finestra, mentre Mediaset è più defilato. Ci sarebbe l’ipotesi del canale della Lega in grado di trasmettere le partite della serie A, ma in pochi mesi è possibile mettere in piedi la produzione necessaria? Morale: i tifosi non sanno dove vedranno le partite e a quale prezzo e le società non sanno quanto incasseranno. Soprattutto, non sanno quando potranno usufruire dei soldi da andare a scontare in banca. Un bel ginepraio, tra interessi di parte, leggi, avvocati e politica. È proprio vero che al peggio non c’è mai fine.
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