Fontecchio-Ricci, l’Italbasket parla abruzzese

2 Settembre 2022

Europei, la Nazionale stasera (ore 21) al debutto contro l’Estonia con il pescarese e il teatino in campo

Una Nazionale a trazione abruzzese per rilanciare un movimento in difficoltà. Una regione che da anni manca dalla serie A di basket, ma che è in grado di produrre due dei 12 azzurri che da oggi (ore 21, contro l’Estonia a Milano) giocheranno gli Europei. Magari anche due abruzzesi nel quintetto. Di certo, sono da quintetto base Giampaolo Ricci e Simone Fontecchio. Ct Pozzecco permettendo, ovviamente. Il primo teatino doc, 30 anni, figlioccio del leggendario Meo Sacchetti, messo da parte dalla federazione proprio alla vigilia della rassegna continentale a beneficio dell’emergente Pozzecco cresciuto alla corte di Ettore Messina; l’altro con radici che si dividono tra Pescara e la vicina Francavilla. Ricci è la certezza, vincitore degli ultimi due scudetti, prima a Bologna (sponda Virtus) e poi a Milano; l’altro è più giovane e in ascesa vertiginosa. Tanto bravi quanto diversi. Storie agli antipodi. In comune la gavetta. Più accentuata per Ricci, meno per Fontecchio che ha vissuto l’estate della consacrazione, diventando il nuovo asso della pallacanestro italiana. Prima l’ingaggio in Nba con gli Utah Jazz, poi il salto di qualità compiuto in Nazionale. Nell’Italbasket è diventato un punto di riferimento. Una certezza. L’ala forte ha trovato la sua nuova dimensione lontano dalla A italiana. Esattamente nell’estate del 2020 quando, in pieno Covid, ha deciso di emigrare, dopo l’esperienza di Reggio Emilia. Il fascino dell’Eurolega lo ha convinto ad accettare l’offerta arrivata dall’Alba Berlino. E a scommettere su se stesso fresco papà di Bianca. Un esame di maturità superato a pieni voti anche a livello personale a tal punto che l’estate successiva si è trasferito in Spagna dove ha firmato per il Baskonia. Sulle ali dell’entusiasmo il 26enne figlio d’arte non solo si è confermato, ma ha attirato su di sé gli occhi dell’Nba. La chiamata dagli States, quindi, è risultata una logica conseguenza di un percorso graduale e imperterrito. Una crescita a livello fisico, mentale e tecnico. Un’ascesa inesorabile fino ad arrivare nell’olimpo del basket mondiale e ad essere un beniamino azzurro. Non poteva essere altrimenti, sostiene chi lo conosce bene. D’altronde in famiglia (il 31enne fratello Luca è anche lui impegnato nel basket) ha avuto esempi illuminanti e cromosomi inalterabili. Simone Fontecchio, infatti, è figlio di Daniele, ex ostacolista azzurro nell’atletica leggera, e di Malì Pomilio, che nel basket ha collezionato successi e trofei fino ad entrare nella storia del movimento femminile. Buon sangue non mente. Sì, perché alle spalle di questo ragazzone diventato uomo emerge, su tutte, la figura del nonno, l’ingegner Vittorio Pomilio, giocatore della Stella Azzurra Roma e della Nazionale sul finire degli anni Cinquanta. «Il nonno è il mio primo tifoso», dice sempre Simone, «e, dopo aver trasmesso la sua incredibile passione a mamma, ha seguito i primi passi sotto canestro miei e di mio fratello Luca». Un predestinato Simone Fontecchio. Vederlo brillante ed efficace oggi fa tornare in mente gli inizi nel Vivavilla e negli altri club abruzzesi che lo hanno tenuto a battesimo prima del decollo verso la Virtus Bologna, prima tappa di un percorso che lo ha portato al top del basket mondiale facendo avverare il sogno di nonno Vittorio e dei genitori. Oltre che dell’Abruzzo del basket. Che si frega le mani per l’accoppiata abruzzese alla corte di Pozzecco, già protagonista durante le qualificazioni ai Mondiali.