Fornasier: facciamoci un esame di coscienza

Il centrale difensivo cresciuto nel Manchester Utd suona la carica: «Basta con i cali di attenzione, abbiamo le qualità per rialzarci»
PESCARA. Quando aveva tredici ha lasciato Vittorio Veneto per inseguire il sogno di diventare un calciatore. Prima destinazione Firenze per indossare la maglia viola, poi quattro anni in uno dei club più blasonati del mondo, il Manchester United, e infine il rientro in Italia, alla Sampdoria che a gennaio 2015 lo ha ceduto al Pescara. Michele Fornasier, 83 presenze con la casacca biancazzurra, nonostante la giovane età (è nato nel 1993) è ormai uno dei senatori dello spogliatoio del Delfino. L’estate scorsa ha saltato il ritiro a causa di un infortunio e nelle prime 13 partite è sceso in campo solo una volta contro il Cittadella. Al contrario, nelle ultime cinque gare ha giocato sempre titolare e nella settimana che conduce alla delicatissima sfida contro il Novara, il difensore si racconta in esclusiva al Centro.
Fornasier, come si spiega la crisi del Pescara?
«Stiamo ragionando sulle cause che sono di natura psicologica. Avevamo iniziato bene, con la larga vittoria con il Foggia e già si parlava di un possibile campionato di vertice, ma poi sono sorti alcuni problemi che ci hanno impedito di spiccare il volo. E, quando le cose vanno male, c’è il rischio che venga distrutto tutto il buon lavoro svolto. In ogni caso, ora bisogna dare il massimo per uscire da questa situazione».
Dopo il ko col Cesena c’è stato un incontro con la dirigenza. Cosa vi siete detti?
«Abbiamo analizzato i nostri errori. Di sicuro le sconfitte sono arrivate perché eravamo deconcentrati e non per motivi tattici. Ecco perché sarà necessario evitare i cali di attenzione per invertire la rotta. Dobbiamo fare quello che chiede l’allenatore al massimo delle nostre possibilità».
Domenica col Novara ci si aspetta un cambio di marcia.
«È una gara delicatissima, bisogna capire dove vogliamo arrivare e farlo restando uniti. Crediamo di poter superare questo momento perché abbiamo le qualità per farlo».
Che idea si è fatto su Zeman?
«Ci vuole un po’ per mettere in pratica il suo calcio, ma non è impossibile riuscirci. Se uno lo ascolta, capisce che dice sempre le cose giuste. Zeman non ha bisogno di presentazioni. Se ti sacrifichi con lui vieni premiato. Diciamo che “sta avanti”».
Credete ancora ai play off?
«Certo, il Pescara ha i mezzi per entrare nelle prime otto. Per farlo, sarà indispensabile lavorare insieme. In B non contano i nomi, ma il collettivo. Se vogliamo arrivare in alto dobbiamo essere più squadra degli altri. Due anni fa il gruppo ha fatto la differenza».
Nel Novara gioca il suo amico Federico Macheda.
«È stato mio compagno nelle giovanili del Manchester United. Avrebbe potuto fare di più. Non lo dico io, ma la sua carriera. Per me Macheda non c’entra nulla con la serie B. Siamo rimasti in ottimi rapporti e ci sentiamo spesso, ma domenica dovrò batterlo a tutti i costi».
Cosa le è rimasto degli anni allo United?
«Esperienza unica in tutti i sensi. Il settore giovanile è un paradiso: venti campi in erba, strutture all’avanguardia e organizzazione perfetta. Il Manchester United mi ha insegnato i comportamenti che deve avere un atleta e, in generale, la cultura del lavoro».
Con lei in Inghilterra c’era anche Paul Pogba.
«Sì, tra noi c’era grande feeling. Lui è un ragazzo meraviglioso, solare, sempre pronto a ridere, scherzare e ballare, ma quando andava in campo faceva la differenza, come accade oggi. In prima squadra ammiravo Vidic, che giocava nel mio stesso ruolo, e tanti altri. Ad esempio Giggs e Scholes, due esempi di dedizione e professionalità».
Viveva in un convitto?
«No, eravamo in tre in una casa famiglia di proprietà di una coppia di pensionati. Ci trattavano benissimo, anche se il cibo lasciava un po’ a desiderare. Ricordo una volta a tavola c’erano due piatti. Sul primo le patate lesse e sul secondo la salsa ragù. Guardavo i miei amici un po’ contrariati, poi la signora ci ha detto: “Non iniziate?” Eravamo i tre e per poco non siamo scoppiati a ridere. Dopo qualche giorno le abbiamo insegnato a cuocere la pasta e fortunatamente la situazione è diventata più sopportabile».
A Manchester ha trovato anche la donna della sua vita: Abigail.
«Sì, l’ho conosciuta nell’ultimo anno in cui ho militato con lo United. Abbiamo iniziato una relazione, poi quando sono passato alla Sampdoria abbiamo parlato e lei ha deciso di seguirmi in Italia. Non è stata una decisione facile. Abigail ha lasciato la famiglia, gli amici e il lavoro. Lei è una psicologa».
Una psicologa servirebbe al Pescara, come ha detto Sebastiani.
«No, dobbiamo uscire da questa crisi con le nostre forze. Dovremmo farci un esame di coscienza e capire quello che possiamo e vogliamo dare».
Lo scorso febbraio è nato suo figlio, Samuele.
«Siamo felicissimi. E assistere al parto è stata un’emozione indescrivibile».
Molti suoi compagni di squadra abitano in centro. Lei invece ha scelto di abitare a Pescara colli. Perché?
«Mi piace stare in tranquillità e poi da casa mia mi gusto ogni giorno un panorama mozzafiato».
Lei è veneto. Si trova bene in Abruzzo?
«Certo. Sento dire che siamo totalmente diversi, invece non è così. Ad esempio, come i veneti, anche gli abruzzesi sono molto testardi. E speriamo che anche la nostra squadra lo diventi fino a quando non otterrà i risultati sperati».
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