Gara truccata col Bari? Gravina: querelo tutti

20 Febbraio 2018

Due ex giocatori accusano, l’ex presidente: «Solo fango contro di me»

Riaffiorano i fantasmi del passato. L’ombra su una favola, quella del Castel di Sangro in serie B negli anni Novanta. Secondo quanto denunciato nel corso della trasmissione televisiva “Non è l’Arena” - in onda domenica sera - condotta da Massimo Giletti su La7 l’ultima partita del campionato di serie B 1996-1997 Bari-Castel di Sangro 3-1 sarebbe stata combinata. E i giocatori sangrini avrebbero incassato circa 20 milioni di vecchie lire a testa per perdere la gara del San Nicola, quella che ha decretato la promozione matematica in serie A del Bari del compianto Vincenzo Matarrese. Su quell’incontro i sospetti sono stati adombrati in primis da Joe McGinnis, lo scrittore americano morto qualche anno fa che aveva seguito il Castel di Sangro durante tutta la prima stagione in B. La stessa sera del 15 giugno del 1997, dopo la partita incriminata, McGinnis aveva accusato i giocatori di essersi venduti la partita. E poi sul libro uscito in America aveva raccontato dei suoi sospetti. Libro che in Italia è stato pubblicato in un’edizione più edulcorata senza accuse passibili di querela. Anche perché, poi, McGinnis è stato condannato dalla giustizia ordinaria per diffamazione. In televisione, nella notte tra domenica e lunedì, due ex giocatori del Castel di Sangro hanno parlato di quella partita. Uno lo ha fatto in maniera anonima, con la voce camuffata e non sapendo di essere ripreso dalla telecamera; l’altro è Luca Albieri, 42 anni, trequartista originario della provincia di Ferrara, che è stato in giallorosso nel periodo d’oro. Entrambi parlano di un ordine arrivato dall’alto, dalla società presieduta da Gabriele Gravina, oggi presidente della Lega Pro. Addirittura, l’ex calciatore con la voce camuffata parla di una cifra, circa venti milioni, finita in busta paga. In aggiunta al premio salvezza. Albieri - quel giorno in panchina a Bari - rivela la presunta combine a distanza di 21 anni perché si sarebbe voluto togliere un peso dallo stomaco. E racconta che in quella settimana del giugno del 1997 sarebbe arrivato l’ordine dalla società attraverso i “senatori”. Che poi avrebbero fatto capire ai compagni che a Bari si doveva perdere.
Il contesto. Il Castel di Sangro era al primo anno di B tramortito a dicembre dalla morte di Di Vincenzo e Biondi. La squadra di Jaconi era stata protagonista di una rincorsa. Era partita male e poi, pian piano, rientrata nella lotta salvezza. La matematica permanenza nella categoria era stata conseguita la settimana prima, vincendo il derby casalingo contro il Pescara. Dopo quel successo via ai festeggiamenti. Una settimana di relax dopo la grande rincorsa. E’ vero che quel Castel di Sangro era svuotato di motivazioni al cospetto di un Bari che doveva conquistare i tre punti in palio per rintuzzare l’assalto del Genoa nella lotta per aggiudicarsi l’ultimo posto per il salto diretto in A. Quel giorno il San Nicola era un tripudio di colori biancorossi, 55mila paganti. Uno stadio in festa già prima del fischio d’inizio. Insomma, una routine da sbrigare tra chi aveva festeggiato e chi voleva festeggiare. E dopo 14 secondi il gol di Ventola - nato da un errato passaggio di un giallorosso - aveva già indirizzato le sorti dell’incontro.
Le reazioni. Ieri ha parlato Gabriele Gravina, il presidente di quel Castel di Sangro oggi a capo della Lega Pro. «Quella gara fu assolutamente regolare e oggi si vogliono macchiare ed infangare paese, squadra e società attraverso la predisposizione di un castello di illazioni, di ricordi che a distanza di oltre 21 anni, tendono unicamente a screditare una pagina pulita ed emozionante del calcio». E poi: «Il contenuto dell'inchiesta presentata nel corso della trasmissione e le accuse divulgate ledono la dignità e l'onore di calciatori, tecnici, dirigenti e di entrambe le comunità sportive che, nel corso di quella stagione, centrarono due storici obiettivi: la promozione in serie A per il Bari e la permanenza in serie B per il Castel di Sangro», sostiene Gravina. «La vera stranezza é la tempistica nonché le modalità con cui sono state presentate le dichiarazioni di calciatori che avrebbero forse avuto una maggiore efficacia se rese nelle opportune sedi giudiziarie quando i fatti furono portati al vaglio del tribunale. Le vicende», ricorda Gravina, «sono infatti già state oggetto di valutazioni da parte della giustizia ordinaria che, su istanza delle parti interessate (calciatori, tecnici e dirigenti) per ipotesi di diffamazione, si sono pronunciate condannando a risarcimenti del danno chi allora si rese autore di analoghe diffamazioni, lo scrittore Joe McGinnis. Il sottoscritto», fa sapere Gravina, «provvederà ad adire le vie legali affinché chi ha gettato fango ne risponda in tribunale». Inutile dire che Gravina, protagonista della politica federale calcistica, pensa di essere vittima di un’imboscata tesa ad azzopparlo nella prossima contesa elettorale.
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