I tanti perché di un fallimento

3 Febbraio 2017

Struttura societaria inadeguata, risorse gestite male e mercato disastroso

PESCARA. Il mercato di gennaio, che doveva essere l’àncora di salvezza del Pescara, ha finito per seppellire le residue speranze di restare in serie A. E, a distanza di quattro anni, i biancazurri sono destinati alla seconda retrocessione senza l’onore delle armi.

Che una piazza come Pescara in serie A possa non reggere l’impatto e dover compiere un passo indietro sta nella logica della realtà economica e sociale di una regione in difficoltà. Il problema è che non ha mai dato la sensazione di essere competitivo. E che sta rimediando un’altra figuraccia. Retrocedere a febbraio è poco dignitoso. E non è solo un problema di risorse economiche. Gli errori sono stati commessi la scorsa estate, in sede di costruzione della squadra. E a gennaio, anziché porvi rimedio, la situazione è peggiorata.

La società. Pensare di fare la serie A con la stessa struttura della B si è rivelata una delle scommesse perse. Andava potenziata e così non è stato. Anzi, togliere Giorgio Repetto dai quadri e sostituirlo con Luca Leone l’ha indebolita. Il ds arrivato da Lanciano ha mostrato tutti i suoi limiti. E’ giunto con il fardello della retrocessione in Lega Pro sulle spalle e con una squalifica di sei mesi da scontare: con queste credenziali promuoverlo in serie A è stato un azzardo pagato a caro prezzo.

Avere i conti in ordine è un fiore all’occhiello, non certo un’onta di cui vergognarsi. Il problema è che le risorse economiche sono state utilizzate male. E comunque la salvarguardia di un patrimonio come la A sarebbe stata una giusta causa per cui fare anche dei sacrifici. Tanto più che, alla luce dei risultati del campo, la lezione della stagione 2012-2013 è rimasta fine a se stessa.

Il mercato estivo. Errori a catena. In primis il riscatto dall’Udinese di Verre a quattro milioni che in pratica ha immobilizzato tutti gli investimenti disponibili. Un tesoretto da spendere canalizzato su un unico giocatore. Un errore devastante, tanto che poi sono arrivati solo parametri zero. Aquilani e Pepe si sono rivelati dei flop, non si sono adattati alla realtà e alle esigenze. Bisognava puntare su giovani di prospettiva da valorizzare – come nella politica della società – e, soprattutto, affamati di gloria. La squadra ai nastri di partenza era più debole di quella che ha conquistato la A. Il sostituto di Lapadula era Manaj, un 19enne uscito dalla Primavera dell’Inter, o Bahebeck arrivato a metà agosto? Sin dal primo giorno di ritiro era chiaro che mancassero un difensore di spessore e un attaccante affidabile. Più volte è stato scritto e detto.

Le responsabilità di Oddo. Non è ben chiaro se questa situazione il tecnico l’abbia subìta oppure sia stato tra gli artefici del progetto suicida. I segnali di insofferenza di Oddo a Palena, sede del ritiro estivo, erano chiari. D’altronde, pensare di fare la serie A, salvandosi, con Caprari falso nueve era ed è un esercizio di follia calcistica. La squadra non è competitiva e non lo sarebbe stata nemmeno in mano a Mourinho o a Conte. L’errore di valutazione è stato grossolano e riguarda tutte le componenti. Si ricorda una conferenza stampa cult di Oddo: «Dopo la partita contro il Napoli, eravamo da Europa League; dopo la partita contro la Lazio sento dire: “Addò jem senz' la punt' e senz' lu difensore...”. Ora basta, occorre equilibrio anche nelle critiche». Parole datate 20 settembre scorso, prima della sfida casalinga contro il Torino. Quasi un girone fa. La situazione era chiara già allora e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Il mercato di gennaio. Servivano giocatori pronti per cercare di invertire il trend. Subito. E, invece, a Napoli ha giocato solo Gilardino, dei nuovi, nell’undici iniziale; con il Sassuolo il solo Stendardo; a Milano Kastanos e Stendardo; e mercoledì quello di Stendardo è stato l’unico volto nuovo rispetto alla squadra di inizio stagione. In soldoni, i rinforzi si sono rivelati ininfluenti con l’aggravante di alzare l’età media della squadra. D’ora in poi giocheranno gli ultratrentenni o i giovani da valorizzare, fermo restando che alcuni sono in prestito e altri sono già venduti? Insomma, una vera e propria frittata.

Infine gli infortuni, che non possono essere un alibi. D’altronde, quando si prendono a gennaio giocatori reduci da un periodo di inattività gli infortuni vanno messi in conto.

@roccocoletti1

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