Il cannibale Pogacar vuole anche il Tour

27 Maggio 2024

Lo sloveno dopo aver dominato in Italia cerca il bis in Francia

ROMA. Ricchi aristocratici, artisti e poeti europei del XVIII secolo lo chiamavano Grand Tour. Un lungo viaggio d'istruzione su e giù per l'Italia, alla scoperta delle vestigia classiche e dei suoi incantevoli paesaggi. Tre secoli dopo la Penisola è stata il palcoscenico perfetto delle imprese di Tadej Pogacar, giovane nobile del ciclismo. Al Giro in rosa il 25enne sloveno ha vestito la maglia di leader nella seconda tappa per non toglierla più fino alla conclusiva passerella romana. Un Gran Giro, appunto, il suo. Costellato di momenti che vale la pena ricordare. «Non sono mai stato a Roma, voglio godermela», aveva candidamente ammesso sabato a Bassano del Grappa, dopo la sesta vittoria. Un'impresa impreziosita dal passaggio della borraccia al bambino sulla salita del Monte Grappa. Un gesto speciale che si è aggiunto all'ennesima prestazione da applausi. E poi le tante vittorie alla Eddy Merckx, con le briciole lasciate alla concorrenza ed un distacco di quasi 10 minuti sul secondo, il colombiano Daniel Martinez, il più pesante degli ultimi 59 anni. «I sogni si realizzano, sono superfelice. Questo era il primo vero obiettivo della stagione, l'ho centrato, ma ora non voglio che finiscano». Ora Pogacar può puntare alla doppietta con il Tour de France, impresa mai riuscita dai tempi di Marco Pantani nel 1998.
«Un po’ di riposo. Poi ci sarà la seconda parte della stagione», ha detto ancora Pogacar, «con l'obiettivo più importante (il Tour ndr). Vincere il Giro, e qualsiasi gara di ciclismo, è molto importante, ma farlo qui in Italia in questo modo è davvero incredibile». Impossibile non paragonarlo al Merckx del 1973. Allora anche il cannibale aveva scritto il proprio nome su sei tappe, infliggendo 7'42” a Felice Gimondi. Pogi è ancora lontano dai record del belga, ma a questo ritmo il paragone non è azzardato. Già vincitore di sei grandi Classiche di un giorno, ieri ha aggiunto al suo palmares il Giro d'Italia, dopo i due Tour nel 2020 e 2021. In sole sei partecipazioni. Ma è soprattutto nella sua natura implacabile che il dominio di Pogacar ricorda quello di Merckx. Nel modo in cui i suoi scatti in salita scoraggiano gli avversari, li dominano psicologicamente prima che fisicamente. Come sul Grappa sabato, oppure nella seconda tappa, divorando l'erta verso il Santuario di Oropa. Lì, al primo arrivo in salita, s'è preso la maglia rosa, nonostante una caduta a 11 chilometri dall'arrivo. O, ancora, nella scalata al Monte Pana della 16ª tappa, quinta vittoria, con la maglia rosa regalata al ventenne Giulio Pellizzari, il più giovane corridore nella carovana del Giro, e l'ultimo ad arrendersi alla potenza dello sloveno. Perché a genetica favorevole e feroce motivazione, Pogacar aggiunge la capacità di supportare con la muscolatura i rapporti estremi che adotta sulla sua avveniristica Colnago. Non solo è il miglior scalatore da quando la potenza in watt/chilo viene rilevata in maniera scientifica con appositi misuratori. Grazie alla posizione che assume in biciletta riesce a primeggiare anche a cronometro, vedi la frazione Foligno-Perugia, dove ha dato 17” ad uno specialista come Filippo Ganna. Pogacar vuole vincere tutto, sempre, a rischio di togliere suspense alle corse. A lui non interessa. Cercava l'impresa ed al Giro 2024 l'ha realizzata. Ha chiuso ammirando da turista i monumenti di Roma, ma non prima di aver lavorato in gruppo fino all'ultimo chilometro per tentare di lanciare alla vittoria un suo compagno di squadra. La fine di un Gran Tour che ha fatto del Giro numero 107 un'edizione memorabile.
Roberto Di Candio