IL CAPITANO CARTAVELINA

Lancia una occhiata distratta al televisore, Matthias. Poi, si rituffa nel giornale. Legge che gli hooligans ucraini urlano per le strade di Lille che la Francia deve avere paura, perché stanno...
Lancia una occhiata distratta al televisore, Matthias. Poi, si rituffa nel giornale. Legge che gli hooligans ucraini urlano per le strade di Lille che la Francia deve avere paura, perché stanno tornando i nazisti. Matthias scrolla il capo. Sarebbe bello, sussurra all’amico che l’accompagna in quel caffé di Vienna - uno di quelli dove il tempo non passa mai, con la sachertorte, i quotidiani infilati nei sostegni in bambù, gli specchi -, sarebbe bello se il calcio fosse sempre rispetto, lealtà, apprezzamento del bel gesto e sorriso. Lo so bene. Ero l’eleganza fatta persona che scende in campo. Certo, la mia Austria, in quel 1938, non era più quell’impero - Austria Ungheria appunto - che occupò mezza Europa. Era finito tutto nel 1918. Sui campi di quel primo immane conflitto mondiale era morto anche il capitano della nazionale austriaca, Robert Merz. Sono cose da ricordare. L’11 gennaio del 1914 all’Arena di Milano Merz è in campo contro l’Italia. Stringe la mano al capitano degli azzurri, Virgilio Fossati. Di lì a poco altri campi li attendono. In quelli della Polonia muore, il 30 agosto dello stesso anno, Merz. E Fossati, bandiera dell’Internazionale, muore nel 1918, durante gli scontri con l’esercito austriaco, dalle parti di Monfalcone.
Ecco, pensa Matthias, agli hooligans servirebbe un corso di storia. Delirano di invadere la Francia e io direi loro che in quel 1938, quando Hitler annette il mio paese e decide di fare una sola squadra calcistica che mette insieme Germania e Austria, proprio la Francia diventa salvezza, per alcuni miei compagni. A Parigi scappano Schwarz, l’allenatore, il capitano Nausch e il centrocampista Jerusalem. Per forza, sono ebrei. Hitler ha già distrutto il Wunderteam, la squadra delle meraviglie. Ricordi? Mi chiamavano cartavelina, danzavo col pallone, mi affibbiarono pure il nomignolo di Mozart del pallone. Un bel complimento. Ma ero talmente benvoluto ed amato che più di tanto i nazisti non fanno contro di me, all’inizio. Che diamine: sono il capitano della fantastica nazionale austriaca degli anni Trenta, sono il trascinatore di una squadra, l’Fk Austria, che due volte vince la Mitropa Cup, la Champions League di allora. Li ho mandati a quel paese, durante la mia ultima partita. Niente saluto nazista all’inizio, poi dribbling per far impazzire i tedeschi e, per gradire, anche un gol. Sì, vorrei guardarli negli occhi quelle teste pelate (e vuote). Perché è vero che nel gennaio del 1939 mi trovano morto, abbracciato alla mia compagna, in quell’appartamento di Vienna. Stufa difettosa. Ma siete sicuri che qualcuno non ci abbia messo lo zampino?
Un grande scrittore, Friedrich Torberg, mi ha dedicato la “Ballata sulla morte di un calciatore”. Ha scritto che ho giocato il gioco del calcio come nessun altro. Avevo 35 anni. Avrei potuto vederne ancora di partite, tante. Anche Austria-Ungheria di oggi, martedì 14 giugno. Ma contro chi giocano?
©RIPRODUZIONE RISERVATA

