IL DECOLLO DELL’AEREO DEI SOGNI
di STEFANO TAMBURINI L’ultimo aereo Mondiale degli azzurri era quello di un volo di ritorno carico di vergogna, dieci ore sospese ad alta quota tra pensieri tristi e sguardi spenti. Una volta a terra...
di STEFANO TAMBURINI
L’ultimo aereo Mondiale degli azzurri era quello di un volo di ritorno carico di vergogna, dieci ore sospese ad alta quota tra pensieri tristi e sguardi spenti. Una volta a terra non ci fu bisogno neanche dell’ultimo dribbling, tanto pochi furono fischi e insulti. Vinse l’indifferenza per quella comitiva reduce da Johannesburg, quell’indifferenza che talvolta rischia di esser peggio di un lancio di pomodori. Era il 26 giugno di quattro anni fa: scenario gemello prima a Fiumicino e poi a Malpensa, con più poliziotti e giornalisti che contestatori. A Roma solo qualche vernacolare «vergognateve!» all’indirizzo del ct Marcello Lippi ormai al capolinea. Era il terminal, quello, di un’avventura sudafricana deprimente ben oltre le perplessità della vigilia: se fosse esistita una finale per l’ultimo e il penultimo posto l’avremmo dovuta giocare noi e i francesi, gli stessi che nell’edizione precedente si erano sfidati per il titolo.
Va ricordato, tutto questo, per aver ben presente da dove siamo partiti, con le parole del capitano Gigi Buffon che erano il termometro del vuoto spinto in cui eravamo precipitati: «Per come siamo messi è già tanto se ci qualifichiamo per gli Europei». Poi è andata come è andata, sotto la guida di Cesare Prandelli agli Europei ci siamo andati e ci siamo battuti per il titolo.
Adesso, senza dar troppo peso al responso dell’ultima amichevole di ieri sera, non c’è più molto da fare. Lasciare i sentimenti del “popolo calcistico” dall’altra parte del portellone dell’aereo può essere solo un gran bene, specie quando l’ottimismo è moderato. Ce n’era poco anche due anni fa prima dell’Europeo e ce n’era ancor meno prima del Mondiale trionfale del 2006 o di quello dell’altrettanto gioioso 1982. La storia ci insegna che il Mondiale, in fondo è un po’ come il conclave: non sempre chi entra con il favore dei pronostici poi si affaccia al balcone di San Pietro o alza la coppa.
Lo stesso Prandelli ripete come un mantra quello che in Polonia e Ucraina due anni fa ha spianato le strade verso la finale: «Non siamo i più forti ma possiamo battere i più forti». Il modo migliore per far decollare un aereo carico di sogni. Quelli di tutti noi.
@s__tamburini
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