«Il mio tennis era umano ora è fisico e business»

«Il Federer di oggi sarebbe stato un campione anche ai miei tempi»
PESCARA. Disincantato e mai banale. Lo era in campo, lo è ancora oggi a 67 anni Adriano Panatta, uno dei miti del tennis italiano. Un protagonista degli anni Settanta-Ottanta. Vincitore degli Internazionali d’Italia, di un Roland Garros e di una Coppa Davis, tra l’altro. Sposato con la signora Rosaria e padre di tre figli. Questa mattina è atteso a Pescara, nell’ambito della manifestazione “Un Campione per Amico”, in piazza della Rinascita”.
Che cosa fa oggi Adriano Panatta?
«Mi diverto con “Un Campione per Amico” che fa tappa a Pescara. È una manifestazione che porto avanti da 18 anni, da 9 con la Banca Generali. È l’evento più longevo di promozione sportiva. Poi, faccio la radio. E, infine, sono a “Domenica In”».
Faticoso?
«Più che altro perché non sono più un ragazzino. A 25 anni è tutto diverso».
Come è cambiato il tennis nel corso degli anni?
«Come sono cambiati gli altri sport, è diventato più fisico e meno talentuoso. È aumentata la velocità, c’è meno tempo per pensare. Si gioca d’intuito».
Federer è il più forte?
«Sì, è il più forte, ma non è il caso di fare paragoni con i miei tempi. Anche se, probabilmente, lui dell’ultima generazione è l’unico che avrebbe fatto bene anche con le vecchie racchette. Gli altri no, a mio avviso».
Il tennista più forte contro cui ha giocato?
«Tanti, Borg, McEnroe, Connors. Campioni che si equivalgono, diverse tipologie di giocatori. Ma che giocatori!».
Oggi in chi si rivede?
«Nessuno, giocatori di rete non ci sono più. Oggi con queste racchette si possono fare colpi che ai miei tempi te li sognavi. E comunque non si va più sotto rete, perché il gioco è troppo veloce. Non fai in tempo».
Che cosa avevano di diverso gli anni Settanta-Ottanta?
«Non è che noi giocavamo di meno rispetto ai grandi tennisti di oggi. Diciamo che il nostro mondo era più normale. Oggi i big non hanno rapporto con i tifosi, perché sono inseriti in un’industria del business. Il nostro tennis era meno fanatico e più umano. Anche nei rapporti con l’esterno. Oggi è diverso, in nome e per conto del business».
La vittoria a cui è più affezionato?
«Sentimentalmente il Foro Italiano è il massimo per un romano come me. Però, tanto per fare un esempio, Parigi conta di più. Vincere il Roland Garros ti cambia la vita professionale. E poi Coppa Davis (vinta nel 1976, ndr) quando all’epoca era ancora a un certo livello».
La delusione più grande della carriera?
«Tante, mica una in particolare. La Coppa Davis persa contro l’Ungheria, l’eliminazione contro la Francia. Poi, Wimbledon. L’amaro in bocca ce l’ho ancora oggi per quel quarto di finale perso contro Pat Dupre, nel 1978. Stavo giocando benissimo e potevo vincere quell’anno. A quel punto della stagione ero convinto di vincere Wimbledon. Non era spacconeria ma sentivo di poter battere chiunque. E, invece...».
La leggenda di sciupafemmine era vera?
«Quando mai… ».
È vero che ha perso tutti i trofei conquistati in carriera?
«Non ho mai tenuto molto alla simbologia. Non so che fine hanno fatto. Non sono uno di quelli che va guardarsi le coppe vinte».
Che cosa significa essere un tennista professionista oggi rispetto alla sua epoca?
«Alimentazione, ricerca e quant’altro, è tutto cambiato. Anche la morfologia dei giocatori. Ai miei tempi passavo per essere uno alto, oggi sarei nella normalità».
Se pensa all’Abruzzo che cosa le viene in mente?
«Si mangia bene in Abruzzo, un tipo di cucina che a me piace molto. E poi ti puoi districare tra la cucina di mare e di terra ad alti livelli».
È stato impegnato anche in politica, prima consigliere comunale e poi assessore a Roma. Un giudizio sul quadro attuale?
«Hanno fatto una legge elettorale per non decidere niente. Impossibile. Quando c’era il proporzionale uno come Spadolini ha fatto il presidente del consiglio con un piccolo partito. Oggi è impensabile. Sono diverse qualità e spessore delle persone. Oggi è una guerra. Trenta anni fa pensavi a un politico e te lo immaginavi di un altro passo, superiore, sul piano della preparazione e della cultura. Oggi in politica c’è il vicino di casa, gente che non immagineresti mai in un’aula di parlamento. Gente che non ha fatto nessuna gavetta si ritrova nei Palazzi del potere come se nulla fosse. E questo a me e alla mia generazione fa un po’ strano».
Un consiglio per rilanciare il tennis?
«Sono tanti anni che sono uscito dal mondo del tennis, non mi interessa più».
E i suoi compagni di Coppa Davis?
«Barazzutti sono anni che non lo vedo. Con Paolo Bertolucci, Nicola Pietrangeli e Antonio Zugarelli ci sentiamo spesso».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

