Il mondo nelle mani di Mammarella

8 Aprile 2015

Ex fornaio e muratore, ora è al top senza un procuratore

PESCARA. Dal campetto della parrocchia di Madonna delle Piane, a Chieti, fino al top del calcio a 5. Ne ha fatta di strada Stefano Mammarella, il portiere dell’AcquaeSapone e della Nazionale che per il terzo anno è stato votato miglior portiere del mondo. A 31 anni è nel pieno della maturità, il Buffon del futsal. Popolarissimo, basti pensare che la sua pagina Facebook vanta 3.770 mi piace e che nella passata stagione il club nerazzurro ha dovuto far ristampare un centinaio di maglie di Mammarella, tante erano le richieste dei tifosi in giro per l’Italia. Grazie (anche) alle sue prodezze la Nazionale ha vinto il titolo europeo l’anno scorso ad Anversa. Una sorta di icona del movimento, popolato da oriundi che sono la maggioranza anche in Nazionale. Ieri Stefano Mammarella è stato nella redazione de il Centro, a Pescara, dove ha risposto alle domande dei giornalisti della redazione sportiva. In maniera schietta e spontanea, com’è nello spirito del personaggio.

Mammarella, dove ha iniziato a giocare?

«Sul campetto della parrocchia di Madonna delle Piane, a Chieti. Era uno dei primi di calcio a 5 nati in città».

Portiere per vocazione o per necessità?

«Me l’hanno imposto i compagni dell’epoca. E ancora oggi c’è un mio amico che me lo ricorda quando l’incontro: “Sono stato io a farti mettere in porta”. Da lì è iniziata l’avventura».

Calcio a 5 e non calcio a undici.

«Io abitavo vicino al Palacus, a Chieti Scalo, per forza di cose mi sono avvicinato al calcio a 5. Negli anni Novanta il Cus Chieti andava forte con il calcio a 5. Ho fatto uno o due anni con il River il calcio a undici, nelle giovanili, ma è stata una parentesi».

Come si diventa miglior portiere del mondo?

«Con tanto lavoro, per di più faticoso. Ci sono degli allenamenti specifici che si aggiungono a quelli della squadra. Abbiamo degli allenamenti mirati: serve talento alla base, ma poi si lavora sulla reattività, sugli spostamenti e sulla forza. Credetemi, c’è tanto lavoro dietro i successi».

Ma è vero che i portieri sono matti?

«Credo proprio di sì. D’altronde, non è mica normale che uno diventi il bersaglio delle pallonate che arrivano da tutte le parti? Una vena di follia c’è».

Lei viene da una famiglia di fornai.

«L’attività di papà e mamma ora è passata a mio fratello e mia sorella. Ma in passato anch’io ho lavorato al forno, di notte e di giorno. A fare il pane e a consegnarlo. Ma ho fatto anche altro...».

Ad esempio?

«Il muratore quando avevo 17 anni. E poi ho lavorato con i trattori, movimento terra. Mi piace da morire».

Quando ha capito che il calcio a 5 sarebbe stato il suo futuro?

«Nel 2009, quando ho lasciato Chieti per passare al Montesilvano. Lì ho capito che era arrivato il momento di concentrarsi solo sul futsal».

Si riesce a vivere solo di calcio a 5?

«Ci si vive, ma non ti rende ricco. Niente a che vedere con le cifre che circolano nel calcio, almeno a livello professionistico».

Qual è il suo modello?

«Mi piace Morgan De Sanctis, il portiere di Guardiagrele della Roma. Mi piacciono alcuni suoi atteggiamenti, oltre a come comanda la difesa».

Il momento più bello della carriera?

«La vittoria della Champions League in Kazakistan. Il Montesilvano è stato la prima squadra italiana a vincere il titolo continentale, davvero una bella soddisfazione».

E il momento più brutto?

«L’anno scorso, la finale scudetto persa in casa alla “bella” con la Luparense. Ci credevo e quando abbiamo perso mi è caduto il mondo addosso. Non è bello vedere gli altri festeggiare in casa tua...».

Che tipo è Mammarella dentro lo spogliatoio?

«Rido e scherzo, ma mi faccio anche rispettare».

Che significa?

«Beh, è accaduto che quando ero nell’under 21 azzurra c’era un ragazzo di Milano che rispondeva sempre a tutti. Stavamo perdendo 4-2 con la Spagna. Al rientro negli spogliatoi mi si è tappata la vena e l’ho appeso al muro. Poi, abbiamo pareggiato».

Si sente il leader dell’AcquaeSapone?

«Sì, un po’ credo di esserlo».

La chiamano il “Cucchia”, perché?

«Colpa di Scordella, il mio ex compagno di squadra. Mi piace mangiare, da cucchiaio è nato il “cucchia”».

In Nazionale lei è uno dei pochi italiani veri. Ci sono tanti oriundi.

«Diciamo che il calcio a 5 attraversa una crisi generazionale. Non ci sono italiani pronti e quindi si ricorre alla naturalizzazione. Prima non c’erano le scuole calcio che, invece, oggi esistono. Dobbiamo recuperare il tempo perso. Serviranno anni per colmare il gap».

Lei è nazionalista?

«Sì, sono nazionalista, ma non integralista. Se uno gioca in Italia da quando aveva 13-14 anni per me può vestire la maglia della Nazionale. Chi, invece, arriva qui e dopo un anno si ritrova in maglia azzurra, per via degli antenati, beh mi lascia un po’ perplesso».

Il miglior allenatore che ha avuto?

«Colini (oggi allenatore del Pescara calcio a 5, ndr). Sono stato con lui a Montesilvano,insieme abbiamo vinto la Champions. E’ speciale perché vive solo di calcio a 5, 24 ore su 24. Non a caso ha rivitalizzato il Pescara».

Se l’immagina una finale scudetto AcquaeSapone-Pescara?

«Magari!».

L’AcquaeSapone può vincere lo scudetto?

«Può vincerlo, ma non sarà facile. Il nostro campionato è molto livellato. Ci sono da tener d’occhio Luparense, Asti e Pescara».

Ha pensato a un’esperienza all’estero?

«Certo, un giorno mi piacerebbe farla. In Spagna, in Russia o in Kuwait. Di solito da questi Paesi arrivano belle offerte».

Ha un procuratore?

«No, faccio tutto da solo».

C’è ancora un procedimento disciplinare aperto per il suo passaggio al Pescara sfumato qualche anno fa.

«Sì, e devo dire che ci sono rimasto male per come sono andate a finire le cose. Loro dicono che avevo già firmato, ma gli accordi erano altri. Era l’estate del passaggio dal Montesilvano all’AcquaeSapone. Si dovevano verificare delle cose affinché io andassi al Pescara, ma non si sono verificate. Quindi... Diciamo che sono stato un po’ ingenuo io».

Anche il calcio a 5 è in crisi?

«E’ inevitabile. Il campionato a undici squadre è penalizzante, spero lo riportino a 14 sin dalla prossima stagione».

Come si trova con l’allenatore Bellarte?

«Grande professionista. E’ meticoloso, in settimana preparare la squadra in modo tale che in partita sappia cosa debba fare dalla “a” alla “z”. E’ bravo, molto bravo».

C’è già il suo erede?

«Spero sia Germano Montefalcone, il mio secondo. Ha 21 ed è dotato di talento. Credo che però abbia bisogno di andare a fare esperienza. Magari un anno in A2 per giocare».

Da grande che cosa farà?

«Intanto spero di giocare fino a 50 anni. E poi, chissà, mi piacerebbe fare il preparatore dei portieri. Oppure mettere su un negozio con articoli del calcio a 5».

Il suo modello di sportivo?

«Io sono tifoso dell’Inter, oltre che del Chieti, e quindi ho trascorso l’adolescenza con il mito di Gianluca Pagliuca».

Segue la politica?

«No, non mi interessa. Sono tutti uguali».

@roccocoletti1

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