Il mondo piange Pelè il più forte di sempre

A 82 anni muore l’icona del calcio sconfitta da un tumore
ROMA. Se il calcio non si fosse chiamato così avrebbe dovuto avere come nome Pelé, scriveva Jorge Amado. E ora che Pelé non c'è più, portato via a 82 anni da un tumore più feroce dei tanti mediani che lo hanno picchiato in campo, con lui davvero se ne va anche una parte importante di questo sport, quella a misura d'uomo e di campione che ha caratterizzato il ventesimo secolo. D'altra parte Edson Arantes Do Nascimiento (come si chiamava prima di diventare un bisillabo dalla popolarità siderale pur in assenza di social) del calcio e stato indiscutibilmente O’Rei, come lo soprannominarono estasiati i suoi connazionali brasiliani. Un monarca illuminato che in una vita da copertina ha regalato record (unico calciatore a vincere tre mondiali, il primo a 17 anni) e soprattutto sogni. Generazioni di bambini hanno provato il colpo da fuoriclasse ispirandosi a Pelé su un prato di periferia, un cortile, un campetto. E in effetti chiunque poteva ispirarsi per una piccola parte a lui, che era fuoriclasse in tutto: destro, sinistro, velocità, dribbling e colpo di testa. Per lui si sono sprecate le iperboli. Atleta del secolo (assegnato dal Cio nel 1999), calciatore del secolo (ex aequo con Maradona). O’Rei è stato con Muhammad Alì l'atleta più celebre della storia, famoso nei punti più remoti del mondo come nelle grandi capitali. Nessun altro sportivo ha avuto più spettatori di lui, e la sua faccia è tuttora tra le più popolari del pianeta. «Sono conosciuto più di Gesù Cristo», disse anni fa. Una frase che gli attirò critiche: ma a pensarci bene non aveva torto perché «anche se è una cosa blasfema», spiegò, «c'è una logica. Io sono cattolico, e so cosa significhi Gesù con i suoi valori. Ma nel mondo è pieno di gente che crede in altro: in Asia , ad esempio, ci sono centinaia di milioni di buddisti. Magari non sanno chi è Cristo, ma di Pelé hanno sentito parlare...». Nel mondo, più prosaicamente, c'è anche gente che crede che un altro fenomeno del calcio, Maradona, gli sia stato superiore. «Falso», rispose, «basta guardare i fatti. Sapete quanti gol di testa ha segnato Diego? Ve lo dico io, nessuno: Pelé cento. E di destro?....in tutto io ho segnato quasi 1300 reti, vi dice niente questo dato? Il problema é che gli argentini non si rassegnano, mi hanno contrapposto prima Di Stefano, quindi Sivori, poi Maradona. Prendano atto del fatto che comunque io valgo più di tutti e tre». È stato intervistato e fotografato più di qualsiasi altra persona: statisti e divi del cinema. È stato accolto da Re in 88 nazioni, e ricevuto da 70 premier, 40 capi di Stato e tre Papi. In Nigeria venne dichiarata una tregua di 48 ore ai tempi della guerra con il Biafra perchè tutti, da entrambi gli schieramenti, potessero vederlo giocare. Lo Scià di Persia lo aspettò tre ore in un aeroporto solo per potersi fare una foto con lui, le guardie alle frontiera cinese abbandonarono i loro posti e si spostarono a Hong Kong, attirandosi le ire del regime, solo perchè avevano saputo che la Perla Nera si trovava quel giorno nella città-colonia. In Colombia Pelè fu espulso durante una partita, e la folla invase il campo costringendo l'arbitro alla fuga. Il match riprese solo con il ritorno in campo del brasiliano, a quel punto la folla tornò disciplinatamente sugli spalti. Quando aveva 20 anni in Brasile venne dichiarato «tesoro nazionale», e fu quindi proibita la sua cessione all'estero. Pelé è stato immortalato da Andy Warhol nella galleria dei suoi ritratti.
Baurù, la città brasiliana dove cominciò a giocare, gli ha dedicato una statua che produrrebbe miracoli: di sicuro ha reso famosi anche i pochi che lo hanno fermato magari in una giornata di scarsa vena, tra questi Giovanni Trapattoni. Cento canzoni (due le incise lui stesso, nel 1969, assieme alla grande Elis Regina) narrano la sua leggenda. Iperboli su iperboli, numerose quanto i suoi gol. Ma a ben pensarci tutte insieme non lo raccontano come il gesto plastico della rovesciata nel film Fuga per la vittoria o il gol di testa all'Italia nella finale del mondiale 1970, con Burgnich annichilito dalla sua sfida alla forza di gravità. Figlio d'arte di un calciatore che ebbe poca fortuna, Dondinho, non ha mai saputo spiegare l'origine del suo nome, e in privato, lui così popolare e pubblico, regalava persino momenti di grande pudore.
Piercarlo Presutti

