«Il Napoli darà spettacolo Cara Juve, ora si fa dura»

4 Agosto 2015

L’analisi del tecnico: i bianconeri dovranno temere anche il ritorno delle milanesi Affondo sui Della Valle: troppo presuntuosi, non investono e perdono giocatori

di GIORGIO CARLINI

Metti una sera a cena con l'esplosività e la schiettezza di un profondo conoscitore di calcio come Corrado Orrico e aggiungi la buona cucina, il buon vino e l'atmosfera unica del lungomare toscano. Non può che uscirne un'ampia e appassionata analisi del prossimo campionato di Serie A.

Corrado, partiamo dalla Juventus: che squadra sarà senza Pirlo, Vidal e Tevez?

«Pirlo è un discorso a parte, era già sulla via del tramonto. Nel caso di Tevez, la responsabilità della Juve è minima. Anzi, la Vecchia Signora ha dimostrato eleganza, perché di fronte alle esigenze sentimentali dell'argentino lo ha liberato. Ce li vedi tu i Della Valle che liberano un giocatore nonostante abbia ancora un anno di contratto? I casini che succedono nelle altre società a Torino non accadono: la Juve ha una classe superiore, ha comportamenti seri e rispettosi. L'errore, però, è stato aggiungere alla partenza di Tevez quella di Vidal. Qui sta lo sbaglio: hanno strappato dallo spogliatoio l'animus pugnandi, l'idea agonistica che i due interpretavano in modo magnifico. Il cileno poteva essere venduto l'anno scorso o il prossimo anno, ma non adesso, privando il gruppo di due trascinatori in un colpo solo. Ti dirò di più: sarebbe stato meglio vendere Pogba, non Vidal, che era l'anima della squadra».

Significa che dopo quattro anni di dominio la Juve può temere di perdere il titolo?

«Sì, in campionato sarà dura. C'è da vedere quanto pesa il conto, potrebbe anche essere decisivo. Ora Allegri ha un compito difficile. Quella precedente era una costruzione agonistica di Conte: lui aveva messo la rabbia dentro la squadra, Allegri ne aveva beneficiato portando anche un tocco di eleganza in più nel gioco. Ma ora deve ricostruire il gruppo sul piano agonistico. Badate bene, se c'è uno che può riuscirci è proprio Allegri, il miglior allenatore italiano insieme a Conte. Spesso lo bastono, ma Max è un grande tecnico: ha vinto subito al Milan, ha vinto subito alla Juve in condizioni iniziali difficilissime. Poi certo, lo critico perché in finale di Champions ha impostato la squadra come non doveva: l'unico modo per perdere sicuro era quello lì, io me la sarei giocata a viso aperto».

Chi può davvero insidiare i bianconeri per lo scudetto?

«Vedo alla pari il Napoli e le due milanesi. Napoli, Mi. lan e Inter arriveranno davanti alle squadre che l'anno scorso le hanno precedute in classifica, cioè Roma, Lazio e Fiorentina. Ma la vera sorpresa del campionato sarà il Napoli: per me arriverà tra le prime tre. Perché quest'anno ha un allenatore vero, non un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento... »

Ma un allenatore "di periferia" come Sarri è la scelta giusta per una piazza così impegnativa? «Assolutamente sì. Ci sono due modi per fare l'allenatore: come Conte, rompendo le scatole tutti i giorni ai giocatori, facendoli allenare duramente, o come Benitez, e allora il tuo unico problema è giustificarti alla stampa per le brutte partite. Ecco: Sarri allena alla maniera di Conte, ma è ancora più minuzioso per organizzazione di gioco. A Napoli come a Empoli ripeterà fino alla noia schemi e movimenti. Ai giocatori che non sono abituati a questi metodi di lavoro verrà il malumore per l'applicazione certosina richiesta. E qui sta il ruolo della società: se De Laurentiis, alla prima occasione in cui Higuain o qualche altro big andrà a lamentarsi, prenderà le difese dei giovanotti, allora sarà finito il Napoli di Sarri. Ma se il presidente manterrà il pugno duro e rispedirà in campo i giocatori dando fiducia all'allenatore, allora il Napoli potrebbe anche vincere lo scudetto».

Passiamo alle milanesi: meglio la nuova Inter di Mancini o il nuovo Milan di Mihajlovic?

«Al di là delle considerazioni sul ricco mercato dei nerazzurri, c'è un aspetto di Mancini fin qui sottovalutato: sta scegliendo tutti giocatori di valore internazionale. Non vuole tanto giovani o talenti emergenti, quanto elementi già affermati almeno a livello europeo. Poi entra in gioco lui, amalgamando una squadra che nel campionato italiano non potrà che fare bene. Il Milan è un caso diverso: i giocatori forti li aveva già l'anno scorso, il problema è che erano gestiti male e allenati peggio. Diego Lopez non è forse tra i primi tre portieri in Italia? E possibile che Abate e De Sciglio siano diventati brocchi tutto d'un colpo? Il fatto è che in passato avevano la testa tra le nuvole. Ora c'è un allenatore bravo, grintoso e concreto. Vedrai come cambieranno le cose con Mihajlovic. In più i rossoneri hanno preso due attaccanti fortissimi come Bacca e Luiz Adriano».

Nella sua analisi delle squadre ai vertici del prossimo campionato ha lasciato fuori la Roma...

«Vedi, il fatto è questo: gli allenatori italiani sono i migliori al mondo. Quando arrivano in Italia tecnici stranieri, per la maggior parte fanno ridere, escluso Mourinho e qualche altro "italianizzato", come appunto Mihajlovic. Garcia a Roma era partito bene ma ora è sulla strada del fallimento. In più è in "amministrazione controllata" da quando nel maggio scorso ha detto che il gap con la Juve era incolmabile e quest'anno sarebbe aumentato. Da lì ho visto sparire il tecnico francese. Pallotta dall'America deve aver alzato il telefono dicendo: "Fai l'allenatore ma non aprire bocca, al resto pensano i dirigenti". Questa situazione ha generato confusione, come dimostra anche il mercato. La Roma fa la collezione di mezze punte: Iturbe, Ibarbo, Iago Falque, Ljajic, Gervinho. Che ci fa ora con Salah?».

Se non altro la Roma qualcuno ha comprato: nella Capitale, sponda Lazio, sono invece molto preoccupati per un mercato biancoceleste non proprio esaltante...

«La verità è che l'anno scorso la Lazio ha disputato un grande torneo, è guidata in modo eccellente da un grande allenatore, ma nell'ultimo campionato ha avuto una serie di circostanze favorevoli che sono semplicemente irripetibili. La Lazio non può pensare che anche nella prossima stagione tutto giri a suo favore, per questo non mi aspetto la squadra di Pioli nei primi tre posti. L'incombenza della Champions non so quanto potrà pesare, perché c'è anche il rischio che a ottobre sia già fuori».

Genoa e Sampdoria: quale progetto le piace di più?

«Quello dei blucerchiati, nonostante il passo falso in Europa League. Conosco bene il direttore sportivo Osti e Zenga per averli allenati uno all'Udinese e l'altro all'Inter. E devo fare i complimenti al primo per aver preso il tecnico che più assomiglia a Mihajlovic. Una scelta mirata a non rompere gli equilibri di una piazza che con l'allenatore serbo ha vissuto un calcio effervescente. Il Genoa invece non mi attira, vuoi per un presidente "prestigiatore" sul mercato, vuoi per un allenatore che, per quanto capace, non ho granché simpatico».

Un commento lo meritano anche le neo promosse, non fosse altro che per il fatto che due di esse sono proprio le squadre che Lotito si augurava non salissero dalla serie B in A.

«Lotito ha il merito di aver organizzato bene la Lazio, per il resto esprime opinioni incomprensibili e dannose all'immagine del calcio italiano. È invece una fortuna che ci siano società che basano tutto non sul potere economico o su quello politico, ma su intelligenza, organizzazione e intraprendenza. Per usare un termine tecnologico, Carpi e Frosinone sono due "App", due invenzioni all'interno del meccanismo della Serie A. Due novità assolute, frutto di "programmi speciali" al di fuori di quelli che solitamente guidano le società di calcio. Per questo le seguirò con curiosità e simpatia».

Chiudiamo con la Fiorentina. Al di là delle questioni di principio, i recenti casi tra cessioni e mancati acquisti non le fanno pensare a una gestione un po' da principianti?

«No, a Firenze c'è solo tanta, troppa presunzione. Lo dimostrano le trattative andate a monte o le separazioni al veleno con giocatori e allenatori. I Della Valle pensano che chi arriva a Firenze lo debba fare in ginocchio e a condizioni unilaterali. Stessa cosa per chi va via: per cedere Gomez ci sono voluti due mesi perché non volevano concedergli la buonuscita. Peraltro, nel caso del panzer tedesco dicemmo due anni fa che era inadatto al gioco della Viola, che prima aveva incantato con i "falsi nueve" Jovetic e Ljaijc. Anche con Salah c'è stata presunzione: i soldi dovevano offrirglieli a febbraio, appena il giovanotto aveva dimostrato il suo valore. Allora dovevano blindarlo, non a luglio, quando lui aveva già trovato squadre che lo pagavano di più. I Della Valle credono che attraverso il nome e il potere possano imporre le proprie regole. Ma nel calcio, che a loro piaccia o no, le regole sono fatue, effimere. Non sono i padroni del mondo: se non cacciano i soldi, perdono i giocatori. È successo con Montolivo, con Neto e con Salah. E succederà ancora in futuro se la proprietà manterrà questo atteggiamento».

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