Il nuovo corso azzurro all’esame degli Springboks

Dopo la batosta contro la Nuova Zelanda amichevole contro il Sudafrica Capitan Parisse: «Loro in crisi? Non lo so, ma la distanza con noi resiste»
FIRENZE. Sono passati i tempi in cui gli azzurri pregavano il dio della pioggia per giocare su un campo allagato ed esibire una mischia da trincea, con solidi piloni parcheggiati in doppia fila pronti a subentrare ai colleghi per far piangere gli avversari nella testa del pack (All Blacks compresi, San Siro 2009). Non è solo questione di nomi celebrati rispetto la Giovine Italia di O’Shea. È cambiato il rugby, uscito da quelle trincee e gettatosi in campo aperto. È un rugby da corsa, i suoi sacerdoti vestono di nero e perdono forse una partita all’anno, quando si distraggono. Tutti gli altri vanno all’inseguimento e fra i levrieri ci sono l’Irlanda (oggi a Dublino concede la rivincita a Read e compagni dopo il tonfo a Chicago), la Scozia e il Galles (tutte e tre con ct neozelandesi) e soprattutto l’Inghilterra che sabato scorso a Londra ha rifilato 37 punti agli Springboks, prima vittoria da dieci anni. Ciò non significa che la burrasca prevista oggi su Firenze dove allo stadio Franchi (inizio match ore 15, diretta Dmax) si affrontano per la tredicesima volta Italia e Sudafrica non sia l’elemento che condizionerà la partita dopo aver già sconvolto ogni piano tattico precedentemente progettato. Il piede predominerà sul passaggio, gioco chiuso, obbligato. E di tutte le potenze ovali il Sudafrica è quella più in ritardo ad abbandonare la trincea, è quella che fa del rugby di posizione, di maul e mischie, i propri dogmi da sempre. Ha vinto due finali mondiali così, punti solo di calci e drop. E nel campo pesante ci sta bene. Questi Springboks in cui Habana ritorna (124 cap, 66 mete a meno 3 dal record mondiale, giocatore simbolo del titolo del 2007), restano quarti nel ranking ma sono entrati in crisi da risultato. Partendo dal bronzo al mondiale Londra 2015, il nuovo ct Coetzee ha collezionato 6 sconfitte su 11 partite e ha vinto solo nei confini nazionali. Il punto più basso in ottobre con il 15-57 subito a Durban dagli All Blacks. Restano 9 posizioni più in alto dell’Italia contro cui non hanno mai perso (risultato recente migliore quello di Padova 2014, con azzurri a meno 16), ma hanno necessità di tornare a vincere e convincere. Tutte queste considerazioni sono state sintetizzate dalla prima frase di Sergio Parisse ieri dopo il captain’s run riservato solo ai calciatori per prendere le misure e non al gruppo, per proteggere il prato: «Sono passati 10/15 anni da quando amavamo la pioggia. Non sono più quei tempi. E ricordiamoci che la loro crisi non può far dire come ho sentito in questi giorni “allora possiamo farcela”. La distanza c’è tutta. Sono i quarti al mondo».
Ed ancora: «Il campo è in ottime condizioni, ma non credo che le condizioni meteo influenzeranno il nostro modo di giocare, o quello del Sudafrica. Di una cosa invece sono certo: sarà una battaglia fisica dal primo all’ultimo minuto». E sempre sul tema degli Springboks in crisi. «Abbiamo rispetto per i sudafricani e non potrebbe essere altrimenti».
Fabrizio Zupo
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