Il ritorno di Cunego: a 33 anni mi rimetto in gioco

1 Dicembre 2014

Iniziati gli allenamenti con la Nippo-Vini Fantini-De Rosa: «Sarebbe bello andare al Giro d’Italia»

TERAMO. Il “Piccolo principe” del ciclismo italiano vuole tornare grande. A 33 anni Damiano Cunego è pronto ad affrontare la nuova avventura con la maglia della Nippo-Vini Fantini-De Rosa, formazione fresca di salto nella categoria Professional. Cunego sarà il leader della squadra del patron Sciotti e metterà a disposizione del gruppo la sua esperienza facendo leva su un curriculum di grande prestigio che comprende, tra i tanti successi, la vittoria del Giro d’Italia nel 2004; tre giri di Lombardia (2004, 2007 e 2008) e la conquista dell’Amstel Gold Race nel 2008. Il corridore veronese, tra un allenamento e l’altro, racconta al Centro il passato, il presente e il futuro della sua carriera. Il 20 e 21 novembre ha trascorso i primi due giorni con la nuova squadra.

Che impatto è stato?

«Molto buono. Sono stato accolto alla grande e avverto un calore particolare nei miei confronti. Cambiare ambiente, dopo i 9 anni alla Lampre, mi ha ridato forti motivazioni».

Che stagione si aspetta a livello personale?

«Negli ultimi 2 anni ho avuto soltanto delusioni, perciò mi preme innanzitutto tornare a togliermi qualche soddisfazione. La voglia di rimettersi in gioco è tanta».

L’obiettivo è quello di essere al via del Giro d’Italia?

«È il sogno mio e del team. Speriamo che ci venga concessa la possibilità di partecipare alla Corsa rosa (serve la wild card da parte della Rcs, ndc). Sarebbe bellissimo. Sono fiducioso e incrocio le dita».

Cosa l’ha spinta ad accettare la corte di una squadra Professional?

«Sento di poter dare ancora molto. Se ho firmato per due anni è perché credo in me stesso e nel progetto. Voglio essere anche un punto di riferimento per i compagni più giovani e che si avvicinano adesso al mondo professionistico».

Se ripensa al passato, ha dei rimpianti?

«Sì. C'è qualche piazzamento che proprio non mi è andato giù e che mi ha lasciato l’amaro in bocca a distanza di tempo».

Per esempio?

«Il secondo posto al Mondiale di Varese, nel 2008, alle spalle di Ballan. Oppure il secondo posto al Tour de France del 2006, sull'Alpe d’Huez, quando a beffarmi fu il lussemburghese Frank Schleck, ma non posso dimenticare nemmeno il successo sfumato al Giro d'Italia del 2012 nella tappa dello Stelvio (vinse il belga De Gendt, ndc)».

A proposito di Giro d'Italia, che emozione le ha dato la vittoria del 2004?

«Fu una gioia immensa. Vincere il Giro a 22 anni e mezzo è stata un'impresa e, al momento, non vedo altri ciclisti italiani in grado di conquistare a quell'età una corsa a tappe così importante».

Di Fabio Aru, giovane di belle speranze del nostro ciclismo, che ne pensa?

«Ha 24 anni, è un talento e può sicuramente puntare a vincere un grande giro».

C’è una vittoria che la rende particolarmente fiero?

«Oltre al Giro d'Italia del 2004 di sicuro mi lusinga essere l'ultimo italiano ad aver conquistato una grande classica come il giro di Lombardia».

Il sogno nel cassetto?

«Mi sto concentrando sugli studi. Mi sono finalmente iscritto alla facoltà di Scienze motorie dell'università di Verona. L'idea di restare nel mondo del ciclismo sotto un'altra veste mi affascina parecchio».

Gaetano Lombardino

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