Il segreto di Bragagna: «Adoro raccontare il mondo e lo sport»

Intervista al giornalista in pensione dalla Rai: «Sarò a Milano-Cortina. Bolt mi ha emozionato per l’eleganza del gesto sportivo»
PESCARA. Franco Bragagna, a 66 anni, da ieri è in pensione. Alla Rai mancherà una voce storica. Mancherà l’esperienza accumulata in 35 anni di giornalismo fatti di racconti con la cronaca sportiva abbinata alla citazione storica, al riferimento al luogo in cui si svolgeva l’evento. Un'enciclopedia vivente esibita con semplicità e senza saccenza. Nell’ultima sua Olimpiade, quella di Parigi 2024, ha dato spettacolo accompagnando la cerimonia di apertura lungo la Senna con una telecronaca memorabile. Tanta atletica. E poi gli sport invernali, una passione. Ha seguito 17 edizioni dei Giochi Olimpici, tra estive e invernali. La prossima, Milano-Cortina 2026, comunque lo vedrà protagonista. Difficile resti a lungo senza un microfono e una telecamera.
Buongiorno, Bragagna, ricorda la prima telecronaca?
«Una radiocronaca, per l’esattezza. Roba del 1976 o 1977, diciamo che ero bambino. Mi mandarono in Val Gardena per una partita di hockey sul ghiaccio. Una partita di cartello a Ortisei, nell’impianto dove si sarebbero dovuti svolgere i Mondiali. La società di casa metteva a disposizione una cabina telefonica al massimo per gli aggiornamenti della gara; i titolari della radio, invece, volevano una sorta di diretta. E così sono andato per fare dei flash e, invece, mi sono ritrovato a fare la cronaca con un radiotelefono. Si chiamava Radio Quarta Dimensione, copriva tutto il Trentino Alto Adige e un pezzo di provincia di Verona e di Belluno».
L’ultima qual è stata?
«Credo il Golden Gala 2024, forse. No, l’ultimo meeting di Bruxelles, di Diamond League. Sempre 2024».
Ricorda una gaffe?
«Beh, sì c’è stata. Erano le Olimpiadi di Londra 2012, stavo commentando una maratona, tracciato passava dal ponte dei Frati neri, dove venne trovato morto nel 1982 Roberto Calvi (l’ex presidente del Banco Ambrosiano, ndr). E io lo scambiai per un altro».
Come si diventa bravi come Franco Bragagna?
«Io sono curioso. Molto curioso. E poi cerco di andare vicino alla perfezione. Ad esempio, mi preparo, studio e memorizzo. In poche parole cerco di tenere insieme tante nozioni. Cerco di ricordare più cose».
Che cosa le sarebbe piaciuto fare e non ha fatto?
«Da bambino volevo fare esattamente questo. Raccontare il mondo mi è sempre piaciuto. Magari se non avessi fatto il giornalista mi sarebbe piaciuto l’insegnamento».
Di che cosa va orgoglioso?
«Quando trovo qualcuno più giovane che grazie a me ha fatto alcune cose».
Quali sono i suoi rapporti con l’Abruzzo?
«Conosco la vostra terra. Per qualche anno sono stato in vacanza a Giulianova. Sono stato anche sul Gran Sasso. Un posto che mi ha stuzzicato è Controguerra, storie come la Maratona di San Martino mi hanno sempre affascinato».
Qual è lo sportivo che l’ha emozionato di più?
«Usain Bolt, perché ha portato lo sport a una dimensione diversa. E lo ha fatto con eleganza. A me piace l’eleganza del gesto sportivo. Il modo in cui si raggiunge il traguardo».
Qual è stato il suo modello professionale?
«Non uno solo, ma forse la somme di tante cose. Mi hanno stuzzicato personaggi come Ormezzano, per la stampa scritta, o Rino Tommasi e Bruno Pizzul. E poi Gianfranco De Laurentiis. Ho sempre poco sopportato il giornalista iperspecializzato, quello che sa solo di calcio fino al midollo osseo. No, a me piace parlare di tutto e con personaggi come De Laurentiis, Pizzul o Tommasi parlavi di tutto. Ricordo Giacomo Bulgarelli ai tempi di Telemontecarlo. Con lui discutevo di tutto, di baseball o di basket. E, ovviamente, di calcio».
Il calcio? Tifoso?
«No, non sono un tifoso. Il Sudtitol? Seguo, ma non sono un tifoso. Non mi entusiasma nemmeno come gioca. Sono stato tifoso della Sampdoria di Boskov, del Chievo che è stata una favola a metà, del Bologna e del Parma di Scala. Adesso? Mi piace il Bologna».
Che cosa farà in futuro?
«Mi vedrete su altri canali. Farò il giornalista o cose simili. E continuerò a giocare a calciotto due volte a settimana».
Se non avesse fatto il giornalista?
«Probabilmente, avrei cercato di fare l’insegnante».
Ce l’ha il pass per Milano-Cortina?
«In ogni caso, ci sarò».
Una pagina Facebook per lui, una petizione online per riaverla in video. Quando si è accorto di essere diventato un personaggio?
«Sono uno scarso cultore della mia persona. Mi fa piacere, per carità. Ma tutto quello che si è creato attorno alla mia persona o alla mia figura professionale mi imbarazza. Non mi capacito di aver lasciato un segno».
I suoi familiari?
«Ho moglie e quattro figli. C’è chi avrebbe voluto fare il mio mestiere, c’è chi cerca di collocarmi sul mercato. C’è chi non mi vuole sul divano. C’è chi mi prende in giro. Non mi annoio».
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