Il sogno di Cavallucci: campione nella mia Chieti

Appuntamento con la storia per il pugile teatino: «Un’occasione unica»
CHIETI . «Dopo quattordici anni di pugilato ho la possibilità di diventare campione italiano dei pesi welter. Una grande occasione. E me la voglio giocare tutta, nella mia città e davanti a tanti amici e appassionati». E c'è un invito, da parte del “Ghigno”, ovvero Emanuele Cavallucci, il quale il prossimo 8 marzo, al PalaSantaFilomena, sfiderà Nicola Cristofori, attuale detentore del titolo, a girare da tempo sui social partendo da una premessa. «Posso essere simpatico oppure no. Non lo so. So, però, che a Chieti, dove non è mai stato organizzato un avvenimento di tale spessore, manca un campione italiano di boxe da oltre quarant’anni. Ed allora mi appello proprio alla teatinità. Bisogna esserci, per provare a remare tutti nella stessa direzione».
Quella che potrebbe concretizzare il sogno di un giovane del quartiere Tricalle, consapevole di trovarsi davanti ad un bivio. «Ho trent’anni e, tra qualche mese, la mia compagna Giulia mi renderà padre. Sento addosso un’emozione incredibile ma anche tanta responsabilità. E’ il match della mia vita. Non posso fallire». D’accordo. Ma prima bisogna spiegare il perché di quell'appellativo, ovvero "Il Ghigno”, che accompagna Emanuele. «Niente a che fare con il pugilato. Anni fa, fui improvvisamente colpito da una emiparesi facciale e un ragazzo, scherzosamente, mi tirò dietro questo soprannome. In effetti, il mio volto assumeva, senza che me ne accorgessi, espressioni davvero strane. La cosa durò un po’ di tempo ma quell'appellativo rimase. Alla fine, mi piacque e lo adottai nella vita e nel mondo delle sedici corde».
Un ghigno, dunque. Espressione beffarda, a volte un po’ cattiva ma sostanzialmente maliziosa e sarcastica. Ci può stare. «Con la boxe, agli inizi, non riesci ad andare avanti. Di soldi, poco o niente. Allora devi lavorare e di tempo per allenarti come si deve non ne resta molto. Per fare davvero il pugile, insomma, è necessaria una tranquillità economica alle spalle e dedicarti totalmente alla preparazione di un incontro».
Qui compare, in effetti, proprio una sorta di ghigno sul volto di Cavallucci. Una risata sulla franchezza, dote che non gli fa difetto, e si va avanti. «Una zona popolare, una famiglia numerosa. Non sono mai stato un attaccabrighe ma dopo la scuola, con la quale non ho mai avuto peraltro un buon rapporto, fu mio fratello maggiore Luigi ad infilarmi i primi guantoni e spedirmi in palestra. Un luogo comune affermare che un pugile debba per forza essere strappato alla strada e ad ambienti negativi. Non è stato così, ma posso dire che avevo comunque bisogno di una “regolata”». Che arrivò puntualmente sul ring dove ciò che vali si vede subito e dove, come si dice, puoi anche scappare ma non ti puoi nascondere».
Tanti anni da dilettante in un crescendo di passione e risultati. «Non ho un pugno da ko ma riesco ad andare a segno con regolarità e prendo pochi colpi. Due volte campione del centro Italia, arrivò anche una convocazione in nazionale dove ho conosciuto campioni come Cammarelle, Russo e Valentino. Poi il passaggio tra i professionisti. Iniziai bene ma in seguito incappai in una brutta sconfitta da cui scaturì l’intenzione di smettere. Fu il maestro Davide Di Meo, titolare della palestra dove mi alleno, ad indurmi a non mollare, impegnandomi ancora per dimostrare il mio valore. Ripresi con rabbia e convinzione. Sono tornato a vincere ed ora c’è questa occasione. Che non intendo lasciarmi scappare, pur non potendomi allenare a tempo pieno. Sono rappresentante di commercio e spesso lavoro come addetto alla sicurezza in alcuni locali. Ma, almeno due ore al giorno, mi alleno sempre. Corsa, atletica e tecnica. Il tempo lo trovo, come quello che dedico ad alcuni ragazzi che vogliono fare boxe e che ammiro anche se, in generale, nelle nuove generazioni noto purtroppo scarsa propensione al sacrificio».
E, magari, al farsi riempire la faccia di pugni. «C’è anche quello. Ma, come nella ginnastica ritmica, sport ovviamente diverso, resta il fatto di non poter tralasciare nulla. Un attimo di distrazione può vanificare il lavoro di mesi. Un errore e sei magari giù. No. Ora più che mai, voglio e devo vincere».
Appuntamento all’8 marzo al PalaSantaFilomena, dove proverà a strappare il titolo di campione italiano dei pesi welter a Nicola Cristofori. Nella sua Chieti, Cavallucci ce la metterà tutta per coronare il suo sogno.
Giuseppe Rendine
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