Intervista a Polonara tra gioie e cadute: «Devo tutto al Teramo»

Il cestista che si è ritirato per un male racconta i suoi esordi in Abruzzo
Ci sono simboli di resilienza, capaci, attraverso lo sport, di fungere da fulgido esempio per quanti si ritrovano ad affrontare un momento di difficoltà. E poi ci sono uomini che, pur sperimentando sulla propria pelle la malattia, non si scompongono, entrando di diritto nella leggenda. Achille Polonara è finito di diritto nel secondo gruppo: il cestista marchigiano classe 1991 esploso sportivamente a Teramo un mese fa ha annunciato il ritiro dalla pallacanestro. Dopo aver sconfitto un tumore ai testicoli nel 2023, la notizia di una leucemia mieloide nel 2025 ha scosso nuovamente il mondo cestistico. Le cure a Valencia e il trapianto di midollo lasciavano ancora aperta una flebile speranza di rivederlo sul parquet di Sassari che, in estate, aveva deciso di sostenerlo ingaggiandolo in prima squadra. Ma così non è stato. Allora abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo in esclusiva sul Centro.
Polonara, prima di tutto è doveroso chiederle: come sta in questo momento?
«Abbastanza bene, la terapia continua secondo l’iter previsto. Serve pazienza».
Poche settimane fa ha annunciato il suo ritiro dal basket giocato, ponendo fine ad una carriera partita proprio a Teramo. Come nacque la possibilità di arrivare in Abruzzo?
«A 15 anni ebbi la possibilità di mettermi in mostra ad Ancona, la mia città natale, e iniziai a fare diversi provini in tutta Italia. All’epoca, però, la mia società chiedeva 60.000 mila euro per il cartellino e Teramo fu l’unico club che volle versare quella cifra puntando su di me. Diciamo dunque che all’inizio fui quasi costretto ad accettare Teramo, ma ad oggi le dico che se potessi tornare indietro rifarei ben volentieri questa scelta perché Teramo è stato un club che mi ha fatto crescere tanto e dato subito grandi responsabilità».
Quali sono state le figure più importanti per lei in quegli anni biancorossi?
«Sicuramente devo ricordare Daniele Lucantoni, consigliere del presidente Antonetti, che è di Porto San Giorgio e mi vide giocare un’estate sui campetti della sua città. Solitamente ogni anno da Ancona diversi ragazzi si mettono in mostra in quei tornei estivi. Lui mi vide e fece il mio nome a Teramo. Poi ricordo anche il tecnico Francesco Raho che conobbi alle finali nazionali di Montecatini».
Invece il compagno di squadra a cui è rimasto più legato?
«Qui le rispondo senza dubbi Valerio Amoroso che è stato per me come un fratello maggiore: condividendo lo stesso ruolo mi diede tantissimi consigli mettendomi sotto la sua ala».
Invece un idolo che ha avuto sin da ragazzo?
«Non mi sono mai ispirato a nessuno a dire il vero. Forse da piccolo vedevo con una certa ammirazione Vesely con cui poi ho giocato in Turchia. E poi Shenghelia col quale ho condiviso anche uno Scudetto con la Virtus Bologna, mi ha insegnato tanto. Un professionista esemplare».
È vero che lei ha origini rosetane?
«Si, mio nonno era di Roseto. Peccato non aver potuto vivere in prima persona il clima del derby con Teramo in serie A. Si viveva per quelle partite giocate davanti ad un pubblico fantastico, erano derby molto sentiti dai tifosi, che metto al livello di quelli di Bologna tra Virtus e Fortitudo. Eppure posso confermare che il calore che si respirava in città ben prima della partita è stato un qualcosa di speciale che non ho ritrovato facilmente nelle tante piazze in cui ho giocato. Teramo è una piccola cittadina che viveva per la pallacanestro, mi ricordo l’euforia che si percepiva con la gente super carica che ti sosteneva sempre e comunque».
Arriva nel 2006 nel settore giovanile, ma la scalata in prima squadra non si fa attendere tanto con Capobianco e Ramagli.
«Sono stati gli allenatori che mi hanno dato maggior fiducia, facendomi esordire in serie A che non ero ancora maggiorenne. Quindi posso solo essere grato per quanto mi hanno dato».
Lei ha lasciato Teramo dopo cinque anni e come miglior Under 22 di tutta la serie A, dando via ad una carriera che la spinta verso piazze importanti. Forse qualche delusione di troppo tra Reggio Emilia e Sassari con le finali scudetto perse di un soffio nonostante la Supercoppa italiana e un Europe Cup.
«Aver perso quattro finali è stata dura da digerire, hai una frustrazione che ti porti addosso per molti giorni dopo la partita. Però poi riesci sempre a trovare motivazioni nuove per ricaricare le pile e affrontare una nuova stagione. Sinceramente mi ritengo fortunato per aver giocato sempre in grandi squadre con grandi obiettivi».
La prima gioia arriva in Spagna, col Baskonia.
«Come le dicevo prima, mi sono trovato bene ovunque abbia giocato. Ma i ricordi migliori sono legati al Baskonia perché li ho vinto il mio primo scudetto e perché è nata mia figlia Vittoria. Penso che sia stato il mio anno più brillante dal punto di vista sportivo, in una città e in un club che ho ancora nel cuore».
Da lì ha iniziato a calcare palcoscenici importanti dell’Eurolega, passando in Turchia tra Efes e Fenerbahce. Come definisce il clima turco intorno al basket?
«Sono arrivato all’Efes dopo che aveva vinto due Eurolega consecutive, il club è abbastanza giovane ma ad Istanbul si respira un grande attaccamento alla maglia. Il Fener invece è tutta un’altra storia, ha una lunghissima tradizione e, ovunque andassimo a giocare in giro per l’Europa, avevamo dei tifosi sempre al seguito che ci incitavano».
Invece una curiosità sullo Zalgiris: è vero che a Kaunas la pallacanestro è vissuta alla stregua di una religione laica?
«Assolutamente. Lo Zalgiris è un qualcosa di incredibile perché è la prima squadra lituana, la gente impazzisce quando si gioca in casa. Kaunas mi ha ricordato Teramo: sebbene la città sia molto più grande, la passione è molto simile. Ogni partita è una finale e tutti la vivono intensamente, pur dimostrandosi sempre un pubblico corretto».
A Bologna ha vinto uno Scudetto: oggi chi è la favorita dei play off?
«Da quello che ho potuto vedere in queste semifinali, l’Olimpia ha un passo in più. Ma nei play off nulla è già deciso in partenza».
Anni importanti che l’hanno resa un perno anche della Nazionale. Lei è arrivato poco dopo la generazione dorata dei vari Bargnani, Gallinari, Belinelli e Datome. Qual è il ricordo più bello con l’Italbasket?
«Il pre olimpico a Belgrado dove abbiamo battuto la Serbia in casa qualificandoci alle Olimpiadi di Tokyo resta un momento indelebile. Il nostro segreto è sempre stato quello di vivere in un gruppo compatto tanto dentro quanto fuori dal campo. Ci siamo sentiti sempre come fratelli».
E in tanti ex compagni hanno mostrato grande vicinanza dopo la sua decisione di ritirarsi. Oggi come si sente rispetto ai primi momenti?
«Onestamente pensavo di prenderla peggio realizzando quanto la mia vita stesse per cambiare, invece al momento la vivo bene, sono consapevole perché non sarei tornato quello di prima. La mia volontà è sempre stata quella di essere ricordato dalla gente in un determinato modo e continuare avrebbe reso impossibile tutto questo».
Guardando alla sua carriera, c’è qualche sogno che è rimasto nel cassetto?
«Ho realizzato tutto quello che sognavo: ho sfiorato le 100 presente in Nazionale ed ho giocato in Eurolega, che erano le mie massime ambizioni».
Qualche rammarico?
«Quello no, forse non rifarei alcune scelte ma non si può tornare indietro e, soprattutto, ho sempre deciso ragionando. Quindi va bene così».
Invece ai ragazzi che si avvicinano alla pallacanestro, quale consiglio si sente di dare?
«Ai più giovani dico sempre di giocare divertendosi, altrimenti i risultati non arrivano. Ora che mi sono ritirato vedo 20enni che hanno la possibilità di giocare al college in Ncaa e sinceramente rosico un po’ (ride, ndr) perché sono molto fortunati a vivere un’esperienza pazzesca che noi fino a qualche anno fa sognavamo soltanto».
Ultima domanda: oggi come trascorre la sua giornata lontano dal parquet?
«Non ho hobby particolari, punto ogni giorno a stare sempre meglio. Poi mi piace molto andare a cena fuori con la famiglia e con gli amici, godendomi più tempo con le mie figlie e passare i pomeriggi in spiaggia».
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