«Io, attaccante giramondo voglio fermarmi a Pescara»

La punta di proprietà dell’Atalanta: «Siamo forti e tra noi c’è grande armonia»
PESCARA. Lo scorso 3 marzo ha compiuto 24 anni e metà della sua vita l’ha trascorsa lontano da casa. L’attaccante del Pescara, Gaetano Monachello, ha l’etichetta del bomber giramondo. Giovane, ma già temprato da numerose esperienze in Italia e all’estero. Quando lo ingaggia l’Inter, Gaetano è un 12enne che forgia i suoi piedi sui campi di sabbia di Palma di Montechiaro, cittadina di mare di circa ventimila abitanti in provincia di Agrigento. Resta nelle giovanili nerazzurre fino a gennaio 2012, poi sei mesi al Parma prima di varcare il confine. Inizia con l’Ucraina (Metalurh Donetsk) e prosegue con l’Olympiakos Nikosia (Cipro). Nel 2013 va al Monaco che lo manda a farsi le ossa in Belgio (Cercle Bruges) e in Grecia (GS Ergotelis). L’anno successivo Luca Leone, l’attuale ds del Pescara, si ricorda di quel ragazzino che faceva faville nelle giovanili dell’Inter e lo convince ad accettare l’offerta della Virtus Lanciano in B. I consigli di Roberto D’Aversa sono preziosi, Gaetano cresce settimana dopo settimana e alla fine del campionato contribuisce alla salvezza dei frentani con 7 reti. Nell’estate del 2015 passa all’Atalanta e ricomincia a girovagare: Bari, Terni, Palermo, Ascoli e, lo scorso luglio, Pescara, la dodicesima squadra in sei anni.
Ora vorrebbe dire basta e stabilirsi almeno per un po’ in un club che punti su di lui con decisione. E il Pescara potrebbe essere il suo punto di approdo. Amante dei tatuaggi, cattolico praticante, fidanzato con Federica e legatissimo alla sua famiglia e alla Sicilia, il centravanti si racconta al Centro nel corso di una diretta Facebook.
Monachello, a Brescia la prima gioia con maglia del Pescara.
«Sono felice, non vedevo l’ora di farmi conoscere dai tifosi e per questo sono andato ad esultare sotto la curva».
Lei e Cocco, un dualismo vissuto con serenità.
«Sì, abbiamo un bel rapporto. È stato bello vedere il suo scatto dalla panchina dopo il mio gol. Indipendentemente da chi gioca o segna, siamo contenti se facciamo risultato e così riusciremo a toglierci delle belle soddisfazioni».
Con il Foggia chi giocherà?
«Spero io (ride, ndr). Deciderà Pillon che è un bravissimo allenatore e una persona leale. Con lui siamo tutti considerati e questo è un suo grande merito».
Dove arriverà il Pescara?
«Non so, però siamo forti. Potremo fare un primo bilancio dopo le prossime tre gare contro Foggia, Crotone e Padova».
A soli 24 anni una carriera da giramondo. È arrivato il momento di trovare una stabilità?
«Me lo auguro. In estate si era parlato di un mio trasferimento a titolo definitivo al Pescara che poi non si è concretizzato. Ora penso solo a giocare bene, magari accadrà a fine stagione. È vero, sono andato via da casa molto presto. È stata dura rinunciare agli affetti, ma non ho mai pensato di mollare. Ho portato in giro per il mondo la mia sicilianità. In Ucraina ho sofferto un po’ perché non riuscivo a comunicare e anche in campo i difensori picchiavano come fabbri. Poi ho imparato l’inglese e la situazione è migliorata».
A Pescara come si trova?
«Benissimo da subito con tutti, anche con Memushaj con il quale avevo litigato durante un Lanciano-Pescara. Tra noi c’è grande armonia, però non sono l’unico esuberante. Penso a Balzano, Del Grosso, Scognamiglio, un altro terrone come me, e tanti altri. Siamo un bel gruppo».
Quanti tatuaggi ha?
«Tanti, ho perso il conto. Alcuni sono per Federica, la mia fidanzata, per i miei genitori, Biagio e Paola, per mia sorella Amanda e mio nonno Gaetano che non c’è più. Poi un rosario perché sono credente e altri. Se non gioco, vado a messa ogni domenica, ma non chiedo a Dio di farmi segnare o vincere. Andare in chiesa mi dà serenità».
Ci spiega le sue esultanze?
«Il cuore e i baci sul tatuaggio sono per Federica. La conosco da più di dieci anni e anche quando ero all’estero non ci siamo mai allontanati. Studia lettere a Catania e dopo la laurea spero di progettare il futuro insieme a lei. Altri riti? Prima di entrare in campo guardo il cielo e penso a mio nonno Gaetano che mi regalò le prime scarpe da calcio con il numero 45 dicendomi che sarei arrivato in serie A. Quando debuttai con l’Atalanta, purtroppo lui non c’era più, però da lassù avrà gioito tanto».
Se non fosse diventato un calciatore cosa avrebbe fatto?
«Non so, mi attrae il mondo della ristorazione. Mio padre ha fatto il rappresentante di prodotti alimentari. Oppure, dopo il diploma di ragioniere, mi sarei iscritto all’università come hanno fatto i miei parenti dalla parte di mia madre. Lei è insegnante di lettere, mia nonna è un ex preside, mio zio un primario e via discorrendo. Ma sono un giocatore e il mio compito ora è dare il massimo per il Pescara».
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