«Io, il Pescara e la pensione Questo calcio mi annoia»

21 Luglio 2018

Iaconi: «Pillon mi piace e volevo prenderlo. Il Delfino deve puntare alla A»

PESCARA. Si gode la pensione, ma non si sente vecchio e superato per un mondo del calcio che avrebbe ancora bisogno di un personaggio come lui. Classe 1953, più di 40 anni passati dietro la scrivania il ds Andrea Iaconi si racconta al Centro dal suo buen retiro, nel cuore di Giulianova.
Iaconi, 15 anni da ds del Pescara, adesso che fa?
«Ho chiuso con il calcio e mi godo la pensione (ride, ndr), ma sono sempre molto informato. Guardo 300 partite l’anno, seguo tutti i campionati, mi interesso a centinaia di giocatori, ma non ho più stimoli, voglia e pazienza per fare questo mestiere. Negli ultimi tempi mi annoiavo anche ad andare a cena con personaggi illustri del mondo del calcio. Ero insofferente senza motivo e, questa cosa, ha aumentato la voglia di smettere, nonostante io sia stato sempre trattato con i guanti bianchi».
Una carriera spesa tra Giulianova, Pescara, Sambenedettese, Arezzo, Grosseto e Brescia.
«Ho fatto più di 40 anni il direttore sportivo, ma potevo fare una carriera diversa se avessi lasciato l’Abruzzo qualche tempo prima. Al Pescara, per esempio, per vendere un giocatore o per comprarlo dovevo lavorarci almeno 6 mesi, mentre a Brescia erano gli altri che mi portavano i giocatori e nelle vendite impiegavo pochissimo tempo».
Ha fatto le fortune delle Rondinelle, vero?
«In sei sessioni di calciomercato, a Brescia, ho venduto giocatori per oltre 40 milioni di euro con i vari Diamanti, Cragno, Salamon, Leali, El Kaddouri, Konè».
Il suo fiore all’occhiello tra i giocatori scoperti?
«Oltre a Marco Verratti, dico Sandro Tonali. Classe 2000, cresciuto nel vivaio Brescia, scoperto dal mio collaboratore Stefano Cordone. È un talento, ne sentirete parlare».
L’agente più furbo con il quale ha trattato?
«Mino Raiola. Uno dei migliori procuratori in circolazione. Mino è nato per fare il manager di calciatori, e con lui i giocatori sono al sicuro. Lo conosco da 24 anni. Nel 1995 andavo in Olanda a vedere le partite e lui, che non era ancora famoso, mi organizzava il tour delle gare da seguire e facevo base ad Haarlem, a casa sua».
I più grandi colpi di mercato nei 15 anni di Pescara?
«La cessione di Mauro Esposito all’Udinese, ma anche quella di Federico Giampaolo al Genoa per 6 miliardi e 10 milioni di lire. Chiesi quei 10 milioni in più al presidente Spinelli per superare la cifra della cessione di Max Allegri al Cagliari, che fino a quel momento era un record per club biancazzurro. In 15 anni abbiamo rimesso a posto i conti, ripianando 50 miliardi di lire di debiti».
I migliori allenatori?
«Galeone, Sarri, Rossi, Ballardini, De Canio, e Ivo, mio fratello. Ma anche Giampaolo, che, come allenatore, è nato a Pescara. Marco è un grande e può ripercorrere le orme di Sarri. Tuttavia, ho anche commesso un grave errore».
Quale?
«Non aver concesso ad Allegri una possibilità come allenatore. Appena finita la carriera da calciatore mi disse che voleva provare in panchina, ma non gli diedi ascolto. Errore madornale, ma con Max siamo tuttora molto legati ed è stato a casa mia un mese fa. Come sono legato a Maurizio Sarri».
Sarri è un’altra sua scoperta.
«Maurizio è bravissimo, ma non deve parlare. Deve evitare le conferenze stampa e le interviste, altrimenti, visto che è molto schietto e diretto, fa danni con quello che dice».
Se le chiedo di Pietro Scibilia che dice?
«Non ci sono più dei presidenti così. Uomo d’altri tempi e personaggio inimitabile. La sua parola valeva più di una firma. Lui è stato l’emblema dell’uomo d’onore. E Antonio Oliveri (ex vicepresidente del Pescara, ndr), se avesse continuato con il calcio, sarebbe diventato un dirigente a livello di Agnelli».
Il rimpianto più grande nei suoi anni in biancazzurro?
«Non aver portato in panchina Gasperini, nel 2006. Eravamo d’accordo su tutto, ma poi feci passare troppo tempo e la mia indecisione fu fatale visto che firmò per il Genoa».
Che serie B sta nascendo?
«È presto per dirlo, ma spero che cambi il gioco. Il campionato precedente è stato noioso e il gioco era pessimo».
Di Pillon che cosa pensa?
«È una persona seria. Lo conosco bene e, quando lui allenava il Treviso, lo stavo seguendo per portarlo a Pescara. Mi piaceva come giocavano le sue squadre con il 4-4-2».
Bari, Cesena e Avellino sono scomparsi. Che cosa sta succedendo?
«In Italia poche società sanno fare calcio. Secondo me solo il 15% dei club, tra A, B e C, è virtuoso. In pochi sanno lavorare bene, come Juventus, Atalanta ed Empoli, per fare qualche nome. I presidenti ora cominciano a lasciare le proprie attività per dedicarsi al calcio, ma c’è differenza tra “fare calcio” e “saper fare calcio”. Non è semplice coniugare gli interessi personali e l’aspetto tecnico, soprattutto se hai dei collaboratori non all’altezza».
Lei “sapeva fare calcio”?
«Devono dirlo gli altri, ma per me parla la storia».
Un giudizio sul mercato del Pescara?
«È presto. Ho visto che ha preso dei giovani interessanti dai club di A. Io, però, per mentalità, avrei preferito lanciare qualche ragazzo del vivaio».
Gli obiettivi del Delfino sono ambiziosi?
«Secondo me devono essere ambiziosi. Il Pescara deve puntare in alto, dando sempre uno sguardo ai conti. La città merita sicuramente la A».
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