«Io, l’Abruzzo e il Mondiale vi racconto il mio calcio»

10 Luglio 2022

Il dirigente di origine celanese è il numero 1 della Concacaf e vice presidente Fifa: «I Campionati 2026 in America? L’idea è nata in un bar col sulmonese Montopoli»

Immaginate un bar di Vancouver, in Canada, due abruzzesi di origine e l’idea ambiziosa e inizialmente velleitaria di organizzare un Mondiale di calcio nel nord-America. In quel bar Vittorio Montagliani (origini di Celano) e Piero Montopoli (di Sulmona) gettano le basi per una decisione che rappresenta un momento di svolta nel calcio mondiale. È uno dei tanti aneddoti che ci racconta lo stesso Vittorio Montagliani, 56 anni, il quale nel frattempo ha scalato ogni gradino della carriera dirigenziale e oggi è presidente della Concacaf (Confederazione calcistica del Nord, Centro America e Caraibi) e vicepresidente della Fifa.
A distanza di tanti anni da quel giorno, in quel bar, la notizia di oggi è che l’abruzzese Vittorio Montagliani sarà il presidente del comitato organizzatore dei Mondiali 2026 in Stati Uniti, Canada e Messico. Più l’orgoglio o la responsabilità?
La responsabilità me l’ha data il presidente della Fifa, Gianni Infantino, di gestire la commissione. Io sono orgoglioso di questo onore e insieme allo staff sto lavorando per un Mondiale che speriamo sia il più grande che la Fifa abbia mai organizzato. Due settimane fa abbiamo scelto le città ufficiali: due in Canada (Vancouver e Toronto), tre in Messico e 11 negli Stati Uniti. Avevamo 23 città candidate. È stata una procedura dura e ora comincia il lavoro con i vari governi e amministrazioni.
Come è nata l’idea di ospitare di nuovo il Mondiale nell’America del nord dopo l’esperienza del 1994 negli Usa? Ha inciso anche il mondiale di calcio femminile del 2015?
Sì, ero il presidente del Mondiale femminile 2015 ed è stato un grande successo, con il record di biglietti venduti, più di qualsiasi altra edizione del mondiale femminile. Sono diventato presidente della Concacaf l’anno dopo, ma l’idea è nata a Vancouver in un ristorante nel 2011 con il mio segretario generale Piero Montopoli, originario di Sulmona. Gli dissi: “Senti, dobbiamo ospitare il mondiale” e lui fu d’accordo. Contattammo subito i governi e il mio collega americano. Gli feci capire che solo andando tutti insieme saremmo stati più competitivi. Lui accettò e così abbiamo firmato un accordo nel 2016. Nel 2017 abbiamo annunciato l’unione e nel 2018 abbiamo vinto.
Come nasce la sua carriera nel mondo del calcio?
È nata in British Columbia (Provincia canadese la cui città principale è Vancouver, ndr), ho finito di giocare nel 1992 dopo essermi infortunato per l’ennesima volta e dopo ben 9 interventi chirurgici, tra ginocchio, legamenti e altro ancora. Sono andato a prendere le licenze per fare l’allenatore e ho cominciato con la mia carriera professionale nelle assicurazioni. Poi nel 2000 la federazione regionale in British Columbia aveva problemi e così alcuni amici mi hanno contattato perché mi conoscevano come giocatore e come professionista, chiedendomi di entrare. All’inizio ho rifiutato, poi mi hanno convinto a restare un solo anno. L’esperienza, però, mi è piaciuta e sono andato alla federazione nazionale come vice, poi presidente e poi a capo della Concacaf. Ora sono presidente della commissione Stakeholders della Fifa per la regolamentazione di giocatori e agenti.
A proposito di questo, il mondo del calcio è in continua evoluzione, molte società sono nelle mani di banche e multinazionali. Pensa che sia la strada giusta per far crescere ancora di più la passione per il soccer, come viene chiamato negli States, oppure bisogna invertire la rotta e puntare sull’azionariato popolare?
A livello mondiale il calcio era, è e sempre sarà della gente, dei tifosi, ma la realtà è che è anche un business, un mercato. Basta guardare all’Europa, dove i grandi calciatori vanno a giocare il Inghilterra e Spagna perché lì ci sono i soldi. Negli anni 90 giocavano in Italia. Oggi il denaro è in America e in Medioriente, l’industria è multinazionale, ci sono tanti americani coinvolti. Il calcio era globale, ma il mercato no. Oggi anche il mercato è tutto internazionale.
Ci sono giocatori, neanche di primissimo livello, che vengono pagati molto oltre il loro valore. Esistono clausole rescissorie pazzesche, come i 500 milioni di euro per Kessie al Barcellona. Una legittima forma di tutela oppure il potere dei procuratori è talmente dilagante che le società cercano di difendersi così?
Il problema è che se fai il paragone con gli altri sport, specialmente in nord-America con le leghe di baseball, basket e hockey, troviamo il salary cup (tetto agli ingaggi, ndr). Nel calcio in Europa non c’è e purtroppo il mercato non ha limiti. In America non è così, ci sono più controlli.
Il suo legame con l’Abruzzo, e con Celano in particolare, è sempre stato molto forte. Ci sono momenti dell’infanzia che ricorda con maggiore piacere?
Di venire a Celano in agosto durante le feste dei Santi Martiri. Ricordo un anno che c’erano i Pooh, vedere tutti i parenti, le storie che mi raccontavano i nonni. E poi il castello, che mi fa tornare in mente un’esperienza drammatica di mio padre Luciano che nel 1954 ebbe un incidente mentre guidava un camion pieno di mattoni. Si ruppero i freni e lui si salvò per miracolo dopo essere precipitato da un muro. Mi ha sempre raccontato che sotto quel muro i bambini giocavano sempre a pallone, ma quel giorno per fortuna non c’era nessuno. Il calcio in qualche modo entra sempre nella mia vita.
So che in casa sua due passioni su tutte – Inter e Ferrari – hanno scandito il rapporto con lo sport. Lei, però, a differenza di suo padre Luciano e di suo fratello Mario, è milanista. C’è un motivo particolare?
Sono milanista perché mi piaceva Gianni Rivera, giocatore straordinario, e poi la fede è cresciuta. Adesso, però, dopo 15-20 anni da dirigente, è difficile essere tifoso. E poi sono tifoso della Nazionale canadese e italiana, in quest’ordine.
Carlo Ancelotti è un suo amico e vi frequentate anche a Vancouver. Lo stesso Ancelotti, per omaggiarla, ha invitato a tifare per il Canada ai prossimi mondiali vista l’assenza dell’Italia. Come è nato il rapporto con Ancelotti? In che misura ha inciso la passione comune che avete per il buon cibo?
Carlo era un grande giocatore ed è un grande allenatore, il migliore nella storia del calcio, ma è soprattutto una grande persona, umile, top. È venuto a Vancouver quando allenava il Chelsea e ha incontrato sua moglie (Mariann Barrena McClay ndr). Un amico mi disse che voleva farmi incontrare qualcuno, una sorpresa. Io ho insistito per sapere qualcosa di più e quando mi ha detto di Ancelotti non ci credevo. Comunque, il giorno dopo mi presento a pranzo in un piccolo ristorante pensando a un scherzo, ma quando entro vedo che c’è davvero Ancelotti. Carlo aveva saputo che il presidente della federazione canadese era un ragazzino italo-canadese e aveva chiesto di conoscermi. Così mi sono seduto e dal primo minuto è stato feeling, il pranzo è durato 5-6 ore. Da allora è diventato un grande amico. È stato tante volte a pranzo da mia madre Filomena e gli sono piaciuti moltissimo gli gnocchi fatti con la ricetta abruzzese.
Tra Canada e Italia lei ha sempre detto di sentirsi più canadese, ma se ripensa a 40 anni fa e alla mitica partita Italia-Brasile del Mundial 82, quali emozioni le suscita?
Nel 1982, quando l’Italia ha battuto il Brasile, anche se il Canada è al primo posto, ho fatto un gran tifo per l’Italia. Del resto ho anche la cittadinanza italiana.
L’Italia di Mancini è passata dalla rinascita ed esaltazione per l’Europeo vinto alla disperazione per la mancata partecipazione al Mondiale. Cosa non ha funzionato?
L’analisi è difficile. È stato uno shock, ma queste sono le regole del mondiale. Non è come prima, si può perdere o vincere con tutti, perché ogni Paese ha calciatori e allenatori professionisti e il livello è cresciuto.
Lei è d’accordo con Roberto Baggio secondo il quale chi vince l’Europeo va ammesso di diritto al Mondiale?
Si può valutare, ma sono due competizioni differenti, una della Uefa e una della Fifa. In ogni caso io l’idea non la boccio.
Il calcio italiano sta cercando di risalire la china, la serie A sta ingaggiando giocatori a parametro zero, pensa che le nostre squadre di club e nazionali riusciranno a colmare il gap con inglesi, spagnole e tedesche?
Per me il problema in Italia è legato alla mancanza di infrastrutture, agli stadi di proprietà, perché finché ogni club non ha il suo stadio, è un problema perché non può generare gli affari, come succede invece in Inghilterra. Sono soldi che non entrano ai club. In Italia gli stadi sono del governo, dei Comuni, così come i parcheggi e poi manca l’ospitalità. Quello è il modo per colmare il gap.
Insigne, Criscito e altri ancora giocheranno nel campionato canadese. È un forte rilancio?
Insigne, Criscito, forse anche Bernardeschi. La Lega canadese è in crescita, gli stadi sono bellissimi e ora stanno arrivando anche i grandi giocatori. Quando gli stipendi cresceranno, i giocatori di 24, 25 anni verranno a giocare in Canada. Sarà quello il vero cambiamento e non tarderà ad arrivare.
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