«Io, l’Abruzzo e quella beffa con il Liverpool»

1 Giugno 2015

«Sono diventato portiere grazie a un’intuizione di Tribuiani»

GIULIANOVA. Ogni volta che Franco Tancredi torna a Giulianova è una rimpatriata con i vecchi amici. L’ex portiere della Roma e della Nazionale è uno dei prodotti più prestigiosi del settore giovanile giallorosso. Nato nel 1955 dietro al Rubens Fadini, Tancredi ha esordito a soli 17 anni in prima squadra, nel Giulianova e a 18 anni ne era già titolare in C. Una carriera precoce che si può sintetizzare nella risposta data a un bambino che gli ha chiesto un consiglio su come diventare un bravo portiere: "Se ti divertirai, se sarai corretto con gli altri e onesto con te stesso, diventerai un grande portiere".

Allora, Tancredi, come è andata nella realtà?

«Sono stato fortunato. Ho fatto parte di un progetto incredibile iniziato qualche anno prima e forse in quel momento all'apice della sua realizzazione, all'epoca del presidente Tiberio Orsini, del suo vice Pierino Stacchiotti e dell'allenatore Nicola Tribuiani. Era un percorso che partiva dal settore giovanile. Quello di Giulianova è stato fra i più importanti d'Italia e ha sfornato fior di giocatori nel panorama nazionale. Si puntava sui giovani, ma attorno a uno zoccolo duro di giocatori esperti a farne da guida. Basti pensare ai vari Giorgini o al compianto Vernisi. Io sono stato fortunato a farne parte. E pensare che da piccolo ero un'ala! Fui trasformato in portiere da un'intuizione proprio di Tribuiani».

Si parla molto di giovani in Italia, a volte non sono così bravi, altre non così pronti. Come erano invece i giovani negli anni '70?

«Eravamo ragazzi affamati. Non avevamo quasi nulla, solo lo sport, il campetto dove giocare a calcio tutto il giorno o il muretto dove imparare a giocare a tennis. Il calcio era lo sfogo per eccellenza, ci divertivamo e avevamo tanta, ma tanta passione. Oggi i ragazzi hanno tutto, tranne questa fame. E' anche vero che le società dovrebbero credere di più nei giovani, puntando su istruttori anche più preparati e qualificati nel settore».

Dal Giulianova al Milan, poi il Rimini e il grande amore con la Roma.

«Fui prelevato dal Milan, dove in campionato non giocai, poi fui mandato in prestito al Rimini, neopromosso in serie B. Fu un anno importante, ho fatto tutto il giusto percorso e la gavetta, giocando in tutte le categorie. Poi la Roma, con cui mi sono legato 14 anni da giocatore e un ventennio circa da allenatore. Ancora oggi vivo a Roma».

Non fu facile lasciare Giulianova così giovane, vero?

«Fu dura. Da una parte ero contento di realizzare uno dei miei sogni, andare al Milan, la squadra per la quale tifavo, e giocare con il mio idolo, Rivera. Dall'altra avevamo appena vinto, con il Giulianova, il campionato Juniores contro l'Udinese. Ero sceso di categoria dalla prima squadra insieme ad altri compagni per disputare la finale. Eravamo contentissimi, ma un velo di tristezza mi sfiorava, sapendo che avrei dovuto lasciare tutto, la mia città, gli amici, la famiglia».

Un amore di una vita, tuttavia, l'ha accompagnato per tutto il viaggio...

«Ero fidanzato con Daniela, mia moglie. Mi ha seguito sempre, poi sono arrivate le due figlie. Le ho coinvolte sempre, ho portato il lavoro a casa, perché per me scegliere insieme a loro è stato sempre importante e la loro presenza è stata, ed è ancora, determinante».

A Roma l'hanno amato, lo amano ancora. Ne è stato una bandiera (288 presenze in A, di cui 258 consecutive: meglio di lui solo un certo Dino Zoff nella storia), ma l'hanno sempre ritenuto un antidivo.

«Sono timido, una specie di orso. E' vero, ho sempre preferito lavorare sodo in campo e rifugiarmi in famiglia, lontano dalle luci della ribalta. Non facevo vita mondana, nè andavo in vacanza insieme con gli altri giocatori. E' capitato qualche volta, ma se sapevo che c'erano altri giocatori in un posto non andavo. Non era per cattiveria o altro. Semplicemente volevo staccare la testa dal calcio e dedicarmi ai miei cari quando ne avevo l'occasione».

A Roma ha vinto uno scudetto e 4 Coppe Italia, impresa non facile nella Capitale...

«Sento dire spesso che a Roma è difficile vincere per via dell'ambiente, ma non è così. I tifosi sono attaccati alla società e alla maglia, ma del resto c'è sempre pressione quando si punta al massimo, è così ovunque si provi a vincere. Io, ripeto, sono stato fortunato, ho giocato nella Roma di Viola alla presidenza e di Liedholm in panchina, due padri per me. Ho vissuto gli anni forse migliori della Roma. Avremmo potuto vincere forse di più. Quando si incastrano bene determinati elementi si può vincere, anche a Roma. L'importante è che ognuno faccia il suo senza invadere i compiti altrui: i tifosi devono fare i tifosi, la società la società, l'allenatore deve allenare e così via. La pressione la devi mettere in conto, se non la si sopporta non si può giocare per vincere a certi livelli».

Ha vinto a Roma, sia da giocatore che da allenatore, poi nella Juventus e nel Real Madrid seguendo Fabio Capello come allenatore dei portieri.

«Fabio è stato fondamentale per la mia carriera da preparatore dei portieri. Ho avuto il privilegio di allenare i migliori portieri del mondo nelle tre fra le piazze più importanti. Avevo allenato nelle giovanili della Roma, dove si stava facendo un ottimo lavoro con Bruno Conti, sono usciti diversi talenti, da Pellizzotti a Totti, a De Rossi, Cerci, Curci per citarne alcuni. Se si lavora con professionalità e passione si possono ottenere grandi risultati».

Avrebbe forse meritato maggiore considerazione in Nazionale. Non è un mistero la delusione di Messico '86, quando Bearzot le preferì Galli all'ultimo momento...

«Non posso nasconderla. Venivo da un paio di stagioni di alto livello, stavo giocando bene e mi sentivo al massimo. Prima del Mondiale avevo giocato quasi sempre titolare, al massimo con Galli si faceva un tempo ciascuno. Al Mondiale il cittì scelse lui come titolare, un po' a sorpresa. Ancora oggi rispetto la sua scelta, in quanto tale, da professionista e da uomo, ma continuo a non capirla. Con Galli invece c'è stato sempre grande rispetto e ci siamo aiutati a vicenda».

Ha allenato tanti portieri, chi sono i migliori? Come si gestiscono personalità e talenti così forti?

«Direi Buffon, poi Casillas. Al terzo gradino Giovanni Cervone, altro gran talento. Questi grandi campioni ti semplificano il lavoro, i problemi te li tolgono».

Molti si chiedono il perché dell'interruzione del rapporto con Capello con il suo rifiuto di seguirlo nella nazionale russa. Cosa è accaduto?

«Premetto che con Fabio ho un grande rapporto, ma preferisco lavorare sul campo quotidianamente, quindi con un club».

Un ritorno nella Roma di Luis Enrique. Anno da dimenticare, anche perché condito dal suo allontanamento.

«Questa, ammetto, è una ferita ancora aperta. Ero tornato a Roma come preparatore dei portieri, mi aveva voluto Baldini. Ma proprio con il suo allontanamento è stata decisa la stessa sorte per il sottoscritto».

Se le dico una data: 30 maggio 1984?

«Ancora oggi non riesco a rivedere quella partita, la finale di Coppa Campioni a Roma. Una delusione tremenda. Eravamo un gruppo eccezionale, all'apice della carriera, ma vicini alla trentina e alla fine di un ciclo. Stavamo giocando il miglior calcio in assoluto, migliore persino dell'anno precedente, quello dello scudetto. Il Liverpool segnò su errore dell'arbitro, che non fu all'altezza di una finale di quel calibro. Ai rigori non mi riuscì il miracolo. Avevo studiato in videocassetta il loro modo di tirare, ma non capii che loro avevano intuito questo e tirarono sempre dalla parte opposta alle loro abitudini. E' pur vero però che la formazione inglese era fortissima ed era alla sua massima espressione, tant'è che l'anno seguente centrò nuovamente la finale in quella triste partita dell'Heysel contro la Juventus».

Una vita nel calcio, tantissimi campioni incrociati ed allenati, fra cui, nell'era moderna, bandiere come Totti e Del Piero, passando per Raul o Ibraimovich.

«Parliamo di giocatori unici, fuoriclasse assoluti. Con Rivera, credo che Totti sia il miglior giocatore italiano di sempre, senza offendere nessuno. L'ho visto crescere e gli sono affezionato più di altri: incarna l'ideale di giocatore del calcio moderno, capace di adattarsi a più ruoli senza perdere la classe e il fiuto del gol. Ancora oggi fa la differenza. Del Piero aveva una classe immensa, una professionalità unica ed è una persona davvero squisita».

Tancredi oggi, a 60 anni, è anche nonno, quasi a tempo pieno, torna spesso a Giulianova, dai familiari e dagli amici di sempre. E' un addio al calcio?

«Assolutamente no. Anzi, colgo l'occasione per ribadire che sono pronto a tornare all'opera, carico, disponibile e fisicamente integro, quindi chiunque voglia Tancredi nello staff sappia che è qui, più motivato che mai».

Vincenzo Raimondi

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