Irlanda furiosa L’Italrugby è come Fort Apache
Arriva il secondo disastro consecutivo all’Olimpico: per gli azzurri di O’Shea la peggior sconfitta con i verdi
INVIATO A ROMA. Conor O’Shea canta l’inno italiano e centra la peggior sconfitta azzurra di sempre nel Sei Nazioni contro la sua Irlanda. Il record negativo precedente è quello dell’esordio del torneo, nel 2000, diciotto anni fa con un 61-13. L’anno scorsoJacques Brunel aveva fatto meglio, per così dire, con un 58-15 in trasferta a Dublino.
L’Irlanda furiosa per il passo falso in Scozia e priva del suo capitano Rory Best fiaccato da disturbi di stomaco, parte di slancio e risolve la pratica vittoria da 5 punti in 34’ minuti. Attacco asfissiante per 12’ minuti con l’Italia in apnea, finché la difesa frenetica assorbe più uomini del dovuto lasciando sguarnito il largo dove si creano superiorità numeriche e mete sicure. Il tema si ripete uguale per tre volte in mezz’ora (due centri di Earls, il primo di C.J. Stander).
La quarta meta che assegna il primo bonus d’attacco assoluto nella storia del Sei Nazioni è pure la più amara per l’Italia. Piega le gambe e avverte il pubblico di ammainare ogni speranza. Solo due minuti prima i 50.197 spettatori dell’Olimpico (10mila in più rispetto al Galles, 15 mila in meno rispetto alla media dell’Olimpico) avevano applaudito per la meta tecnica azzurra inflitta dalla mischia al pack avversario, riaprendo il match (10-21 parziale). Una prova di forza, una reazione a muso duro. Il pubblico ci crede. Ma le batterie si stavano già scaricando, troppe le energie spese. Con un paio di penaltouche (le punizioni che concedono il diritto di lancio a chi le batte) l’Italia s’era portata a cinque metri dalla linea e con un lungo drive s’era infine spiaggiata in meta. L’arbitro Glen Jackson marca in mezzo ai pali ed estrae un cartellino giallo per Donnacha Ryan reo del crollo della maul. Ma lì si spegne la luce. In 14 per l’uomo in meno, i verdi ripartono da dove avevano lasciato, assediando l’area azzurra. A Parisse viene fischiata un’ostruzione che permette a Paddy Jackson di trovare una touche a un passo dalla meta. Lancio vinto e pack verde che imposta una maul devastante in cui ancora Stander trova il trampolino per lanciarsi oltre la linea: 10-28 e la consapevolezza che era stato solo un sussulto d’orgoglio e così si va alla pausa. I dieci minuti di vantaggio numerico da giallo si chiudono in avvio di ripresa su questo 0-7 che per la legge del Rollecoaster accelerano la sfiducia negli azzurri. Che non segneranno più.
Un primo tempo da annichilire, Joe Schimdt ha disegnato un piano di battaglia che ha messo a nudo la resistenza della difesa. Un possesso di palla (59%) fatto di una fitta sequenza di passaggi spesso a rientrare nella fascia centrale per lanciare i sostegni in continue penetrazioni verticali. Poi con gli azzurri in affanno, rapidi a esplorare i lati dove la velocità dell’ala Earls, dei centri Ringrose e di Gilroy ha fatto il resto. Quest’ultimo, rincalzo di lusso di Robbie Henshaw fatto uscire a risultato acquisito (7’ della ripresa), ha sfruttato al meglio una delle poche occasioni di minutaggio con tre mete in 13 minuti, l’ultima a sirena suonata ma con l’Irlanda a battere ancora il tamburo. La lezione è stata quella di non fermarsi: dopo le quattro mete iniziali e un quarto’ora a regimi bassi senza macchiare lo score, l’Irlanda ha atteso l’esaurimento delle forze avversarie per arrivare a nove mete.
Una partita dove si sono giocate 17 mischie, quasi un ritorno al passato. Ma anche nella fase chiusa s’è sofferto e in un caso i verdi hanno rubato palla. Sono 157 i placcaggi azzurri contro i 104 irlandesi, indice preciso su chi ha condotto l’attacco e chi no. Ma ai nostri non si può dire molto. Prendete Mbandà con 13 palloni portati avanti (primo fra gli azzurri) e 16 placcaggi (primo sopra Fuser a 14 e Favaro a 13). A 3’ dal termine e già sotto di 49 punti non agguanta un pallone al volo a centrocampo, lo lascia rimbalzare e lì irridente si infila Gilroy per il secondo sprint vincente. Perché tanta ferocia irlandese?
Bonus e differenza punti sono le due armi con cui Schmidt tenta – dopo il primo ko – di recuperare punti sulla lepre inglese e trovarsi il 18 marzo a Dublino ad armi pari per giocarsi la presunta finale contro Eddie Jones. E dato il 16-21 con cui il Galles ha ceduto agli inglesi, l’Irlanda è a -2 dalla capolista. L’Italia si trova inchiodata a zero punti e la consapevolezza d’essere il bersaglio su cui tentare i bonus offensivi. E dopo la pausa si va a Londra.
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