Jonah Lomu, gigante del rugby oltre la vita

Morto a 40 anni per un grave male ai reni, il giocatore degli All Blacks non guidava la haka perchè non era maori, ma tongano. La sua grandezza può essere paragonata soltanto ad altri due miti dello sport: Diego Armando Maradona e Michael Jordan
Mercoledì scorso è morto ad Auckland, in Nuova Zelanda, Jonah Lomu, mito degli All Blacks e uno dei più grandi giocatori della storia del rugby. Aveva 40 anni. Matteo Pierfelice lo ricorda così.
Ka mate, ka ora. Io muoio, io vivo. Non c'è modo alcuno di far comprendere agli improvvisati del rugby, siano essi da carta stampata, radio, tv o bar, che la "haka" eseguita dalla Nazionale neozelandese non è una danza di guerra.
Non lo è tecnicamente (solo quelle eseguite armi in pugno, secondo la tradizione, lo sono) e non lo è neppure nelle parole, nel caso della Ka Mate (la più conosciuta). La quale, infatti, narra nient'altro che la paura e lo scampato pericolo del capotribù Te Rauparaha. Assediato e sentendo la propria vita appesa a un filo, si salvò non combattendo ma nascondendosi. Per di più sotto alcune gonne della moglie di un capo vicino. Non esattamente l'esempio di eroismo e coraggio che riconosciamo nei guerrieri della palla ovale. Eppure proprio di questo si parla. Perché la haka, e in special modo la Ka Mate (alternata attualmente alla più aggressiva Kapa o Pango), non è - altra baggianata molto in voga – una mera intimidazione dell'avversario. O meglio, lo è solo indirettamente, tanto è spaventosa la forza che evocano e sprigionano i rugbisti della Nazionale neozelandese durante la performance.
Un episodio su tutti per comprendere. In un test match contro il Galles a Cardiff, nel 2007, la nazionale di casa pretende di cantare il proprio inno dopo l'haka, come risposta. Gli All Blacks non ci stanno e si rifiutano di prodursi nella classica danza. Cosa fanno, però? La eseguono nello spogliatoio. Perché non è importante che la vedano i rivali. Non si tratta di rubare un vantaggio sull'avversario. Certo, questo poi di fatto accade. Ma è solo un effetto collaterale. Gli All Blacks ripetono quei gesti con occhi, lingua, muscoli e fiato, in primo luogo perché serve a loro stessi.
Jonah Lomu non guidava la haka sul campo perché non è propriamente un maori (altra inesattezza letta o ascoltata qua e là). Il suo sangue era tongano. Figlio di migranti. Vita difficile in un sobborgo di Auckland, questo sì, come tanti maori. Su Jonah, nato Siona Tali, a due giorni dalla sua scomparsa, si è già sentito tutto quello che statisticamente c'era da dire. Recordman di mete ai Mondiali (quindici in due edizioni, come Habana del Sudafrica, a meta però in tre edizioni), il più giovane esordiente nella storia degli All Blacks. Quasi due metri per circa 115 chili. Meno di undici secondi sui cento metri. Qualcosa di praticamente impossibile. Un tir lanciato alla velocità di una formula uno. E però le statistiche non dicono tutto. Anzi, spesso ignorano l'essenziale. In un paese dove le case degli Original All Blacks vengono visitate così come noi italiani ci rechiamo a Recanati o a Ravenna per visitare la dimora di Leopardi o la tomba di Dante, dove indossare la casacca tutta nera con la felce argentata equivale a trasformarsi all'istante in un mito vivente, Jonah Lomu è stato la leggenda tra le leggende. L'All Black più All Black di tutti. Osservare le sue gesta sul campo da gioco ha significato assistere a qualcosa a cui gli occhi e la mente non erano preparati. Un'esperienza paragonabile solo alla visione di due persone al massimo nell'intera storia dello sport: Diego Armando Maradona e Michael Jordan. A differenza di questi ultimi, però, il prodigio è durato poco. Un abbaglio, un lampo abbacinante. Ed è gia ricordo, memoria. Nostalgia per ciò che passa e non torna. Una parabola sportiva somigliante - altro paragone calcistico, indispensabile per capirsi tra italiani, ma non è un problema, sia chiaro – a quella di Ronaldo. Il Fenomeno, quello vero, iniziò a spegnersi poco più che ventunenne. Più o meno come Lomu. Tuttavia, mentre nel caso del fuoriclasse brasiliano restano zone d'ombra sulle cause del declino fisico, riguardo Jonah Lomu è tutto più chiaro: dopo i mondiali del '95 gli viene diagnosticata una rara malattia ai reni, con la quale è riuscito a convivere giocando ad alti livelli solo fino ai mondiali del '99. Poi il male ha iniziato a prendere definitivamente il sopravvento.
L'ala che ha cambiato per sempre il suo sport, segnando il passaggio epocale dal rugby pane salame e birra a quello iperprofessionistico delle macchine perfette, in realtà era un essere umano. Ce ne dimentichiamo continuamente. Ma Lomu e i suoi compagni di squadra lo tenevano sempre a mente e lo gridavano a pieni polmoni all'inizio dell'haka. Io muoio, io vivo. Kia ora, ciao, Jonah Lomu.
Matteo Pierfelice
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