L’Aquila, resa dei conti dopo il naufragio

I tifosi aspettano il rientro dei calciatori, ma i dirigenti si defilano ancora. L’ambiente chiede un repulisti generale
L’AQUILA. D come disorganizzazione. D come disinteresse. Insomma, D come dilettantismo.
La serie D in cui ripiomba L’Aquila, come da verdetto del campo di Rimini, non fa una piega. E parte da lontano. Da quando la società presieduta da Corrado Chiodi e dal vice Massimo Mancini dà le chiavi di casa a un solo dirigente – Ercole Di Nicola – che risolve, così dicono, un sacco di problemi a chi di calcio non sa niente, fa star bene i calciatori e solletica una piazza affamata di pallone. Tutti salgono sulla giostra che, finché gira, fa campare tutti. I dirigenti-costruttori che prendono lavori col biglietto da visita del calcio, una pletora di assistenti e consiglieri, pochi e silenziosi dissidenti, onesti portatori d’acqua che non possono parlare nella stanza dei bottoni. In mezzo, una squadra che se la cava, almeno fino a un certo punto. Lo snodo è il calcioscommesse, la penalizzazione, lo spettro di una retrocessione, le poco credibili prese di distanza da quello che era un santo e diventa di colpo un diavolo. Arriva, allora, il giorno in cui dalla giostra ti fanno scendere. Il vento gira. Ora soffia in senso contrario. Tramontana.
La società annaspa. E diventa, ogni giorno che passa, sempre più invisa alla piazza, che non si lascia certo ammorbidire da un biglietto pagato nell’ultimo atto della tragicommedia. La prima parte della stagione, con 24 punti, non è da buttar via. Poi la campagna acquisti di un ds depotenziato, Battisti, alcuni ingaggi ispirati da operazioni finanziarie con dirigenti di altri club. Quindi, la botta finale, la penalizzazione. Prima meno 13, poi meno 6. Ma non basta. La squadra non vince più, la società annaspa e torna a chiedere aiuto a un ex presidente-sponsor, Eliseo Iannini, che si rimette in pista e suggerisce – sull’onda dei malumori della piazza – di cambiare l’allenatore a 4 giornate dalla fine. Arriva Modica, ma non cambia nulla. Allora torna Perrone, ma stavolta con un crisis manager al suo fianco: Carlo Susini. Avanti un altro. In mezzo ci si mette anche una rissa tra calciatori (ebbene sì) e tifosi, con Daspo dall’una e dall’altra parte e rottura con Sandomenico (fino ad allora uno dei pochi a tenere la barca a galla), che completerà l’opera facendosi squalificare per tre giornate. Play out in un clima elettrico, patetici tentativi di blandire la tifoseria. Uno a uno e tre a uno. Fine.
In un contesto del genere, la parola ripescaggio è un anestetico a buon mercato, per cercare di intorpidire l’ambiente senza affondare il bisturi per asportare il male. Arma di distrazione di massa, insomma. Dopo una brutta sconfitta in casa, Chiodi lesse i giornali e fece un giro di telefonate. Disse che c’era chi aveva fatto «valutazioni di merda». Provò a fare la voce grossa. Il tentativo fu respinto. Chissà se, ora, avrà il coraggio di esaminare le sue, di valutazioni. D come dimissioni. La piazza è pronta a chiederle. Per tutti.
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