L’Heysel 30 anni dopo: rabbia e dolore

Francavilla ricorda Bruno Acerra e Nino Cerullo (due dei 39 morti) con un torneo giovanile e una messa in suffragio
di Rocco Coletti
Erano centinaia i tifosi abruzzesi di fede bianconera quel giorno allo stadio Heysel di Bruxelles. Due di loro non hanno fatto ritorno a casa: Rocco Acerra, 29 anni, e Nino Cerullo, 24 anni, entrambi di Francavilla. Sono due dei 39 morti della tragedia del 29 maggio del 1985 nello stadio che ospitava la finale della Coppa dei Campioni, tra la Juventus e il Liverpool. Sono passati 30 anni da quel maledetto pomeriggio inoltrato e in questi giorni Acerra e Cerullo vengono commemorati con un torneo giovanile a Francavilla. La loro memoria è viva, c’è una lapide di marmo all’ingresso dello stadio che li ricorda. Domenica mattina, al Valle Anzuca, ci sarà una messa in suffragio.
Erano grandi amici, a tal punto che, nonostante la fede calcistica diversa, l’interista Nino Cerullo decise di accompagnare l’amico Rocco Acerra a Bruxelles per la sfida tanto attesa dal popolo juventino.
Quella sera all’Heysl erano diversi i tifosi bianconeri partiti da Francavilla e dintorni. Acerra e Cerullo morino nella calca del settore Z sotto la furia devastatrice degli hooligans, i tifosi ubriachi del Liverpool che sfondarono le reti di recinzione tra i vari settori. Nella notte a Bruxelles gli amici appresero della morte di Rocco Acerra e Nino Cerullo. In Italia la notizia giunse con i primi notiziari del mattino seguente.
Fu la prima grande tragedia legata al calcio in Europa, superata, il 15 aprile 1989, dalla strage di Hillsborough, in Inghilterra, in cui persero la vita 96 tifosi del Liverpool. Sia a Bruxelles che a Sheffield ci furono chiare e nette responsabilità dell’ordine pubblico.
La furia dei tifosi Reds fu devastante, ma così tanti morti si spiegano anche con l'inadeguatezza dell'Heysel (nel frattempo abbattuto) e dei servizi di sicurezza ed ordine pubblico. Un ricordo ancora oggi terribile per i parenti delle vittime, per i sopravvissuti, per chi aveva seguito le cariche degli hooligans, il caos e la disperazione dei tifosi che cercavano scampo dagli altri settori dell'Heysel o in tv. Una “Coppa maledetta” che la Juve aveva inseguito per 30 anni, sfuggita già due volte, nel '73 a Belgrado, dieci anni dopo ad Atene.
Un trofeo che oggi molti protagonisti dell'epoca non sentono come un trofeo conquistato, ricordando che in pratica furono obbligati a giocare. Ma ci sono anche tifosi juventini che, al contrario, la considerano un “premio” alla memoria delle 39 vittime, allineate nelle stanze dello stadio mentre sul campo si consumava la partita più surreale nella storia del calcio europeo, vinta dalla Juventus con un calcio di rigore segnato da Platini. Una partita giocata con un intero spicchio dell'Heysel, senza più tifosi, transennato davanti alle macerie ed alle cose perse dai tifosi nella calca. «Non sapevamo cosa era davvero successo, avevamo avuto notizie di un morto, forse due, ma non potevamo immaginare una tragedia così grande», avrebbero detto poi i giocatori bianconeri. Quella sera fu la voce di Bruno Pizzul della Rai a dare le prime notizie. Un po’ alla volta, anche attraverso la televisione, l’Italia prese coscienza della strage. Che, però, dopo 30 anni sembra aver insegnato poco o nulla a chi provoca ancora oggi incidenti negli stadi di calcio.
@roccocoletti1
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