L’Islanda è proprio la terra delle favole

La squadra rivelazione siede al tavolo con le grandi: «Non svegliateci dal sogno»
L’Islanda è la terra delle favole nel vero senso della parola. Stando a un sondaggio a tema di qualche anno fa, il 56% degli abitanti dell’isola crede nell’esistenza degli elfi, ritenuta “possibile” dal 32%, “probabile” dal 16% o addirittura “certa” (8%). Ma quella che stanno vivendo adesso i tifosi nordici non è una favola popolata da elfi ma da talenti che giocano a calcio, o meglio a knattspyrna per dirla all’islandese. Un entusiasmo dilagante, perfettamente riassunto dal telecronista Gudmundur Benediktsson, ex giocatore dell'Islanda (noto in patria con il soprannome di Gummi Ben), in un video diventato ormai virale sul web. Il modo in cui ha accompagnato il contropiede della sua nazionale nel quarto minuto di recupero della partita con l'Austria spiega tutto: il suo era una specie di rantolo d'entusiasmo prolungato, esaltazione allo stato puro, incredulità ma in fondo anche cieca fiducia che quel movimento collettivo sarebbe finito con la rete di Traustason e il clamoroso passaggio del turno. D’altronde è difficile credere come un paese di soli 320mila abitanti (un bacino di appena 21.508 calciatori tesserati) possa mettere insieme una nazionale da quasi punteggio pieno in qualificazione (18 punti in 7 partite, hanno perso solo in Repubblica Ceca) e da ottavi ora contro l'Inghilterra, lunedì alle 21 subito dopo Italia-Spagna, cui potrebbero rubare la scena.
A trascinare nel vero senso della parola la piccola nazionale nordica c’è praticamente il 10% degli abitanti dell’isola, una marea blu che si è riversata in Francia per vivere la favola delle favole. «Quello che abbiamo fatto è qualcosa che racconteremo ai nostri nipoti - ha ammesso il capitano Aron Gunnarsson - sarà un valore aggiunto per il resto della nostra vita. Dobbiamo goderci questi momenti». Una cavalcata imprevedibile alla vigilia che in patria sta oscurando persino le elezioni presidenziali in programma sabato prossimo. Prendendosi beffa dei pronostici della vigilia i ragazzi terribili di Lars Lagerback, 67enne tecnico svedese, si sono seduti a tavola con le grandi d’Europa, una tavola che sino a qualche mese fa gran parte dei suoi abitanti neppure pensava che esistesse. Adesso nessuno, a Reykjavík e dintorni, vuole svegliarsi dal sogno, gli islandesi ci stanno facendo la bocca e l’altro ieri negozi e uffici hanno chiuso presto, nonostante la partita contro l'Austria si giocasse alle 16 locali, per far sì che nessuno si perdesse l'appuntamento con la storia. Una storia che a molti in patria ricorda l'avventura ai Giochi Olimpici di Pechino 2008, quando la nazionale di pallamano, sport nazionale nella terra dei geyser, arrivò fino in finale prima di soccombere alla Francia.
Fino a ieri il calcio era simboleggiato solo da Eidur Gudjohnsen, il giocatore più rappresentativo dell’isola, capace di giocare in nove Paesi e due continenti diversi, vestendo tra le altre le maglie di Chelsea e Barcellona. Eiður è, peraltro, a sua volta figlio di uno dei calciatori più famosi nella storia d’Islanda, uno dei pochi figli d’arte in grado di migliorare l’eredità del padre che, come in una narrazione fiabesca, è riuscito a sostituire nel suo esordio ufficiale con l’Islanda, nel 1996. Ma da l’altro ieri la storia pallonara non è più solo legata ai Gudjohnsen. Gli Stràkarnir okkar (letteralmente “i Nostri Ragazzi”) adesso sono una squadra vera che si ritrova meritatamente catapultata in una eurofesta incantata. Senza elfi ma con una palla che rotola. «Dobbiamo restare con i piedi per terra - avverte Arnor Traustason, eroe in zona Cesarini con il suo gol decisivo contro l'Austria. Tutta la pressione non sarà su di noi, ma sull'Inghilterra. Pensiamo solo a fare il nostro calcio, sarà un impegno difficile ma con l'aiuto dei nostri fantastici tifosi chissà...».
@Star_70_
©RIPRODUZIONE RISERVATA

