L’Italia fa tremare Twickenham La dignità è salva

27 Febbraio 2017

Per 70’ sfida aperta, due mete segnate dagli azzurri e inglesi nel caos fino all’intervallo: critici zittiti

INVIATO A LONDRA. «Io sono l’arbitro. Chiedi al tuo allenatore». La frase di Romain Poite uscita nelle cuffiette radio distribuite al pubblico rende l’idea di giocatori inglesi smarriti e incapaci di reagire alla sfida tattica inventata da Brendan Venter e accettata da Conor O’Shea, tanti scolari in fila dal maestro a chieder conto. Vedere gli azzurri (Gori, Bronzini e Parisse) stare al di qua della trincea a disturbare le linee di passaggio del mediano (senza toccarlo) e Poite alzare le braccia per indicare “va tutto bene” è stato troppo. Inoltre con Farrell al 50° cap incapace di mettere dentro i primi tre calci, gli inglesi non ci hanno capito più nulla. E gli 82mila di Twickenham impotenti fischiavano sia gli azzurri per l’eresia e sia i loro per lo stato confusionale.

La seconda potenza mondiale incapace di trovare una soluzione sino alla pausa, aspettando fosse il guru Eddie Jones a disegnare per una tattica alternativa. Siamo 0-0 al primo quarto. E se il primo pertugio viene trovato dal pilone Dan Cole spinto dal pack (5-0 al 23’), l’Italia aumentava il proprio possesso (56%), si piazzava in attacco, sprecava piazzati o vi rinunciava per avvicinarsi alla meta, fino a che la fortuna ha premiato l’audacia. Al 32’ Italia avanti: Gori libera Allan per un drop che avvicina sul 5-3. Sempre Allan (39’) stampa sul palo il terzo piazzato sbagliato,ma Venditti agguanta l’ovale e si tuffa fra i pali: meta fotocopia per l’ala come in Scozia due anni fa. Il danno oltre mezzora di beffe. Italia in vantaggio alla pausa, mai successo. Mike Catt e O’Shea raggianti, Jones è una sfinge

Chi doveva far 68 punti e spazzare via gli azzurri, ammutolito, e con lui tutte le polemiche della settimana. Cosa si sono inventati gli italiani? «Qualcosa che aveva in parte fatto l’Irlanda contro di noi», svela Conor O’Shea uscito perdente ancora ma sceso subito in campo, orgoglioso fra i suoi giocatori. «Allora abbiamo cominciato a pensarci. Venter mi ha detto, ascoltami sino alla fine senza prendermi per matto. Io ho solo detto ok e siamo andati al meeting di sabato con gli arbitri per capire se si poteva fare. Non è cambiata la regola ma lo spirito con cui la interpreta World rugby. Sino a una settimana fa non si poteva disturbare il mediano attorno alla ruck, ora si può stare sino a un metro e mezzo. È nata così, mio fratello dopo il match mi ha detto “Sembra talmente sbagliato, dev’essere giusto”».

Di questo primo tempo si parlerà tanto e delle contromisure possibili che solo la potenza dei giocatori inglesi ha permesso di controbattere.

Il primo che non ci sta è Eddie Jones, ct avversario: «Complimenti agli italiani ma questo non è rugby. Andrebbero restituiti i soldi». Ma O’Shea è un fiume in piena: «Il rugby è cambiamento. È una sfida. Quando sul 17-15 nella ripresa gli inglesi invece di andare in touche hanno tentato di piazzare, mi è molto piaciuto. Perché in quel momento ci hanno rispettato. Ma perché se l’Italia batte il Sudafrica è brutto, se una settimana dopo lo fanno gli inglesi e non gli riusciva da 10 anni è stupendo? Il pubblico? Ho ricevuto messaggi di gente che non s’è mai divertita tanto». E sulle critiche di Woodward, ex ct iridato, sul suo lavoro in Italia: «È un amico, mi ha presentato mia moglie, quando arrivai nei London Irish mi disse che gli irlandesi perdevano perché non cambiavano mai. Ho imparato da lui. Anche Woodward ha avuto momenti difficili: un 76-0 con gli All Blacks e un 74-22 con l’Australia».

Nella ripresa però gli inglesi hanno aggiustato il tiro (a partire da Farrell con tre centri). Se non c’è opposizione perché fermarsi?, e le terze hanno preso velocità. Ed è al largo che si formano le falle. Prima passa Danny Care per rimediare alle sviste sotto il “palo”.

Siamo stati pari sul 10-10 sino al 46’, poi l’allungo della stella Daly (17-10). Per qualche minuto l’Inghilterra ha provato a fare l’Italia attorno alle ruck, ma il numero 8 Nathan Hughes non è Billy Vunipola e la difesa italiana è cresciuta. L’ultima amnesia inglese ha permesso agli azzurri di trovarsi in attacco. Da una mischia Bronzini ha lanciato Campagnaro nella meta più bella del match, passando in mezzo a tre avversari dopo aver steso l’apertura Ford. Al 64’ sul 17-15 bianchi in affanno con Farrell che non trova la porta. Ma forse la benzina azzurra era già in riserva. La meta del bonus (22-15) è arrivata al 70’ confermando l’aspetto cinico dei leoni sempre nel finale. In dieci minuti tre mete, la distanza ma non l’abisso del 36-15 su cui Poite ha fischiato la fine.

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