L’Italia scende dal podio nella classifica dei ricavi

29 Agosto 2014

Comanda la Premier con tre miliardi davanti a Bundesliga e Liga La nostra serie A è quarta con circa 1,7 miliardi. Il problema stadi

C’era una volta il campionato più bello del mondo. Uno slogan che sarebbe più opportuno declinare al passato remoto visto che il prodotto si sta deteriorando da una quindicina d’anni. Eppure i ricavi del calcio professionistico negli ultimi anni, nonostante la stagnazione e la recessione, sono cresciuti del 7.7% a quota 2,3 miliardi di euro (fonte Arel su bilanci 2012-2013). Sono scesi anche un po’ i costi di produzione (in gran parte gli ingaggi dei giocatori) ma l’indebitamento netto complessivo della serie A ha sfondato il miliardo e mezzo. Come dire: non è che il calcio non tiri ma il Belpaese (o ex) pallonaro ha sofferto la competitività della globalizzazione senza saper intercettare le nuove opportunità.

Senza stadi di proprietà, capacità di commercializzare il brend e settori giovanili efficienti la serie A italiana è retrocessa al quarto posto per quanto riguarda i ricavi (fonte Deloitte 2012/13). La Premier League la fa da padrona con quasi tre miliardi di ricavi ma la Bundesliga sta crescendo (due miliardi e spiccioli). La Liga spagnola è sul terzo gradino del podio con 1,9 miliardi, seguita dalla serie A con 1,8. La francese Ligue 1 sta quasi 500 milioni più sotto. Meno soldi e organizzazione significano per i calciofili assistere a un mercato senza top-player per le loro squadre del cuore e soprattutto con scarse possibilità di raggiungere soddisfacenti performance in campo internazionale. Va da sè che gli appassionati italiani seguano sempre di più i campionati stranieri. La Premier può contare su quattro, cinque competitor allo stesso livello: Manchester United (con il fresco colpo di Di Maria), Liverpool, City, Chelsea e Arsenal sono squadre spettacolari. La Liga offre il superReal (con Ronaldo, Rodriguez e Bale), il Barca che ha perso Sanchez ma ha preso Suarez (oltre ai soliti Messi e Neymar). E poi c’è il fenomeno Atletico. La Francia è interessante solo quando gioca il Psg di Ibra e Cavani. Gli occhi di tutti però in questa stagione saranno calamitati dalla Bundesliga dei campioni del Mondo.

Il dato più interessante infatti per quanto riguarda l’appeal dei principali campionati europei è il numero di presenze allo stadio. La Bundesliga – dove è appena andato a giocare Ciro Immobile (Borussia Dortmund) – passa in testa quanto a spettatori (2013-14) con 43.173, davanti alla Premier con 36.589 spettatori seguita dalla Liga spagnola con 26.867 e la serie A, che precede la Ligue1 francese con 23.365 spettatori contro 20.693. Non solo ma l’attrazione del calcio tedesco è testimoniata dalla Bundesliga 2 (la serie B) che ha fatto registrare un pubblico medio di 17.491 a partita.

Insomma, il campionato italiano è ai piedi del podio. C’è un dato sul quale si può lavorare e investire per il futuro. L’audience televisiva tiene e i proventi dei diritti si discostano poco da quelli dei top club europei. Tolti i due “mostri” spagnoli che fatturano oltre 180 milioni (su quasi 500 complessivi) alle tv, i nostri due club migliori Juve e Milan attraggono rispettivamente 160 e 140 milioni di euro dalle tv.

Un ricavo che è ben più alto di Manchester United 118 o Bayern 107. La differenza la fanno gli incassi dal botteghino (Juventus 40 milioni circa, Bayern 87) e dalla parte commerciale e cioè sponsor, magnati, merchandising (Juventus 68 milioni, Bayern 237, Manchester 177, Real 211). Il Real Madrid nella prima settimana dopo l’acquisto di Rodriguez ha incassato 15 milioni grazie alle magliette del nuovo giocatore; in Italia imperano i pataccari, le bancarelle con le magliette taroccate sono in bella mostra addirittura a ridosso degli stadi.

E dunque il campionato italiano per rialzarsi ha bisogno di investimenti e managerialità della classe dirigente, oltre a comprimere il costo del lavoro che (stipendi dei giocatori il cui dato medio è vicino a quelli dei top club europei). Per quanto riguarda infine la spettacolarità dei campionati resta quel pizzico di magìa che la palla garantisce anche nel terzo millenio. L’Atletico Madrid, dopo decenni e con un fatturato che è un quarto di quello del Real e del Barca, l’anno scorso è riuscito nel miracolo di vincere il campionato e di perdere la finale di Champions.

Lo spazio per qualche favola c’è ancora. Ma sul lungo periodo pagano la capacità di programmazione. Altrimenti il “c’era una volta il campionato più bello del mondo” resterà un racconto che i più maturi decanteranno ai sempre più increduli nipotini.

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