L’URLO COME LA PALOMITA

30 Giugno 2016

Il modo migliore per raccontare Italia vs Germania è declamare il titolo che Marco Tardelli - uno che di Italia vs Germania ha una certa esperienza oltre che un dolce ricordo - ha dato al libro di...

Il modo migliore per raccontare Italia vs Germania è declamare il titolo che Marco Tardelli - uno che di Italia vs Germania ha una certa esperienza oltre che un dolce ricordo - ha dato al libro di memorie calcistiche (e non solo) scritto insieme alla figlia Sara. “Tutto o niente”. E come inizia il viaggio, nelle 167 pagine Mondadori, per raccontare la sua storia? Con l’urlo, che diamine. Rileggiamo, perché è il modo migliore per approssimarsi a Bordeaux. «Il mio urlo è durato 7 secondi. Il mio amico Gaetano Scirea mi ha passato la palla in area e l’ho colpita in scivolata. Rete. Italia 2, Germania 0. Il boato di 90 mila persone e io. Ho fatto la cosa che amavo di più: ho corso. Ero inondato dai ricordi, dal senso di riscatto, dall’adrenalina. Quei 175 fotogrammi mi hanno regalato un posto nella storia del calcio. E quell’urlo è stato una scossa elettrica che ha cancellato la mia vita. Non c’è stato più un prima e non c’è un dopo. Tutti mi ricordano per quei 7 secondi, un attimo di estasi racchiuso in un gesto irripetibile». Ci siamo capiti.

Siamo già in partita. Per questo, ripensando a quell’11 luglio 1982, ma anche, perché no, al 17 giugno 1970, 4 a 3 (non v’è altro da aggiungere...), a queste scombiccherate palle di carta vien da dire: perché non facciamo come hanno fatto in Argentina per Aldo Pedro Poy e la sua palomita? Per chi non lo sapesse: il 19 dicembre del 1971 al Monumental di Buenos Aires si affrontano, semifinale del campionato argentino, le due compagini di Rosario, Central vs Newell’s Old Boys. Al minuto 54 Aldo Pedro Poy, tutta una vita con il Rosario Central (292 partite, 61 gol) si tuffa a volo d’angelo (la palomita, appunto) su un cross del Negro Gonzalez. Anticipa il difensore De Rienzo, e regala ai suoi una vittoria che è l’anticipazione del primo, storico titolo per i gialloblù.

In quel momento Aldo Pedro Poy, capelli al vento e baffo ribelle, entra in un film eterno. Perché ogni anno, cascasse il mondo, il 19 dicembre, Aldo Pedro Poy deve segnare ancora quel gol. Dapprima a Rosario, poi a Buenos Aires, e ancora a Barcellona, Montevideo, Miami, lui è il protagonista di una festa che si ripete sempre uguale, sempre diversa. I capelli se ne sono andati, la pancetta si è fatta largo, ma lui deve essere lì. Qualcuno gli lancia un pallone, davanti c’è ancora una porta, magari scalcagnata, magari non regolamentare, magari siamo su una spiaggia, o in un centro commerciale, ma quello importa: che Aldo Pedro Poy si lanci a volo d’angelo e ripeta quel gol, ancora una volta, per sempre.

Se il calcio è il rito sacro di questo nostro tempo indecifrabile, i tifosi senza tempo del Central hanno indicato chiaro quale è la strada. La ripetizione del rito per perpetuare l’attimo, fuggente, della gioia infinita. Se lo facessimo con l’urlo di Tardelli? Meglio ancora: se lo facessimo ripetendo il gol decisivo che, sabato prossimo, 2 luglio, darà (l’ennesima) vittoria agli azzurri contro i nerobianchi alemanni?

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