La gioia e la fatica per la rinascita

Festa nei paesi attraversati dalla carovana: l’arrivo all’Aquila omaggio nel decennale del sisma
L’AQUILA. Un basco di Guernica – non poteva, dunque, che chiamarsi Bilbao – si prende tutto, all’ombra del Forte Spagnolo. Sulla scia del viceré don Pedro di Toledo, il quale volle erigere la fortezza che sta in piedi da 485 anni e rotti. E se la città di Biscaglia che ispirò Picasso fu bombardata durante la guerra civile spagnola, qui, dieci anni fa, l’alba del 6 aprile disvelò uno scenario pressoché uguale. Bombardata, sì, i segni ci sono ancora – vedi le case stile Kabul di via Fonte Preturo – ma pronta a rinascere. Anzi, in parte già rinata. Come il maestoso Palazzo dell’Emiciclo, finalmente senza più barriere, che avvolge in un unico abbraccio il vincitore di tappa, la maglia rosa – il romano Conti – i ciclisti abruzzesi Cataldo e Ciccone, tutti rigorosamente col timbro rosso d’ordinanza delle miss sulle guance. Eppoi il pubblico in festa, i ragazzi a caccia di autografi, borracce e cappellini, la sfida al selfie (una corsa nella corsa) con lo sfondo migliore. Il pubblico che balla all’arrivo della carovana rosa, sospinto dal debordante entusiasmo delle ragazze-immagine. Insomma, una festa per L’Aquila e per tutto l’Abruzzo, che per due giorni e mezzo sarà la casa della carovana più colorata e allegra di tutte. Una ventata – di quelle buone – carica di allegria, che tocca le quattro province. Dal mare di Vasto alle verdeggianti colline di Chieti, dal Pescarese a Navelli, patria dello zafferano, con approdo nel capoluogo e, dopo appena 12/13 ore di riposo, la nuova partenza da Tortoreto. Un vero e proprio spot per la regione. Una pagina di storia sportiva che tocca i luoghi del dolore, li vede trasformati e contribuisce a dare la carica a chi resiste, a chi non ha mollato e non vuole mollare. Proprio come una lunga salita alla massima pendenza che fa oscillare di qua e di là, quasi cadere, ma prima o poi scollina.
È PRIMAVERA. La prima giornata di primavera dopo giorni monsonici consegna alle immagini televisive una comunità aquilana festosa, con tanta voglia di esserci e di gridare: «Io c’ero». L’arrivo in centro storico, al termine di un circuito cittadino che sfiora i luoghi-simbolo, ma anche quelli ancora da risistemare, riempie le strade di un serpentone di gente. In tanti aspettano la corsa davanti a casa, visto l’attraversamento di città, paesi e contrade. Il Giro sembra bussare alla porta di ciascuno. E la risposta non si fa attendere. A migliaia sono disseminati lungo il percorso. C’è chi si porta la sedia di legno sotto al braccio, mentre l’ombrello stavolta non serve proprio: resterà chiuso. Molti fanno persino la levataccia per piazzarsi meglio. Con cura preparano gli altari profani che all’ora del caffè cominciano a mandare ben altro tipo di...fumi. “Da Coppito a San Sisto era tutto n’arrosto/castrato o cottora come a Ferragosto”, si canta in “Domà”, la versione aquilana dell’inno del terremoto. Ebbene, l’arrostata stavolta varca i confini provinciali, e quel fumo delle canalette diventa come ossigeno sulle curve di Popoli, prima che arrivi la pianura dove si va a tutta birra. Da Poggio Picenze si scorge L’Aquila. Il Giro è qui. Sotto casa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

