La meglio gioventù del Pescara anni ’60

28 Settembre 2014

Da Pace a Martella, a tavola il gruppo storico biancazzurro

PESCARA. Metti una sera a cena la meglio gioventù del calcio pescarese anni Sessanta. I primi ragazzi a scoprire il fascino dell'Adriatico, dopo due generazioni che avevano scritto la storia del mitico Rampigna, erano cresciuti in interminabili partite di pallone sui tanti campetti del centro e della periferia di una città che portava ancora i segni della guerra, un sogno il nuovo stadio e, per di più, indossando la maglia biancazzurra. Eccoli di nuovo insieme, mezzo secolo dopo, con qualche chilo di troppo, più di un capello grigio, sul tavolo tante foto e ritagli di giornali che ricordano i tempi belli, sui loro volti la gioia di rivedersi, rivivendo emozioni e momenti felici che il tempo non ha cancellato. Enzo Martella è venuto da Milano. Era il libero di quella formazione "De Martino", la Primavera dell'epoca, che tra il '60 e il '61, vinceva segnando valanghe di gol. Elegante e di buona tecnica, un leader della difesa. Due stagioni in prima squadra, poi la Lazio in B e la serie A con il Napoli: «Eravamo un bel gruppo, di gente che sapeva giocare a pallone ce n'era parecchia, a molti è solo mancata l'occasione giusta che gli avrebbe cambiato la carriera». L'occasione l'ha avuta e l'ha sfruttata al meglio Bruno Pace che di A, dopo aver lasciato Pescara, ne ha fatta proprio tanta: «Era il mio primo campionato con i titolari», racconta, «la mia più bella partita la giocai proprio la domenica in cui allo stadio c'era un osservatore del Bologna. Pesò pure il giudizio positivo di Costagliola che allora ci allenava, il provino fu solo una formalità».

Con lui quel giorno doveva esserci pure Giuseppe Romoli, il cervello assieme a Nando Corsi, di quella squadra di giovani promesse: «Arrivai a quell'appuntamento con qualche acciacco, il mio sogno sfumò in fretta. Così dopo il Pescara trovai il Vasto, tornai in biancazzurro proprio nel momento peggiore, quello della retrocessione in quarta serie con la disfatta di Trani. Quel giorno ero in panchina, probabilmente maturai proprio lì l'idea di lasciar perdere con il pallone. Avevo 28 anni, ebbi un posto alla Fater, oggi faccio volontariato con la onlus Nuovi Orizzonti e sono felice». L'occasione giusta non l'hanno avuta nemmeno Fausto Fiorile, che non si divertiva se non rifilava almeno tre o quattro tunnel all'avversario di turno, Giovanni Pietranico, terzino tostissimo che aveva capito in fretta come stare in campo seguendo i consigli di Ostavo Mincarelli, difensore della Strapaesana («punta sempre la palla e non sbagli mai»). Giuliano Tontodonati ricorda i due provini col Milan («con Dino Sani di fronte non la beccai mai»), Gilberto Cerroni, un'ala alla Politano, la chance buttata via a Firenze: «Avevo 18 anni, non resistetti a lungo a stare lontano da casa. Con me c'erano Superchi, Merlo, Esposito, Ferrante: dopo qualche anno avrebbero vinto lo scudetto con la Fiorentina…». Pazienza, restano i ricordi e anche una serata difficile da dimenticare.

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