La missione di D’Amico: riportare in A il Verona

Abitava in via Pian delle Mele, da bambino andava in curva Nord. Cresciuto nella Curi e nel Delfino, ha giocato con Grosso nel Chieti, poi una lunga carriera in vari club di C
PESCARA. Pratico e silenzioso Tony D’Amico lo è sempre stato. Uno di sostanza in mezzo al campo, uno a cui piace agire nell’ombra dietro la scrivania. Ma non per questo sfugge alle responsabilità, ci mette la faccia anche quando decide di non parlare. Lui, ds pescarese del Verona, ha ricevuto tante telefonate in questa settimana che porta alla sfida di lunedì al Bentegodi. A tutti ha risposto chiedendo di essere lasciato in pace per non creare turbative alla squadra. È giovane come direttore sportivo, ha 38 anni e in estate ha raccolto l’eredità di Filippo Fusco, il dirigente che lo ha svezzato dietro la scrivania. Ambiente difficile quello dell’Hellas che ha fatto fatica (e ci mancherebbe!) a digerire la retrocessione e ancor più un avvio di stagione non in linea con le attese in B. Non è l’unico pescarese a Verona, visto che al suo fianco ha chiamato Fabio Grosso, il campione del mondo del 2006 con cui ha giocato in passato a Chieti. Sì, perché alle spalle di D’Amico c’è una carriera fatta per la gran parte lontana dalla sua città.
Pescarese verace Tony D’Amico, abitava in via Pian delle Mele, a due passi da via del Circuito e dall’ospedale civile. È un tipo sveglio e reattivo il ragazzino che cresce sulla strada e sa farsi rispettare. Calcisticamente parlando nasce nella Renato Curi. E’ una mezza punta all’epoca. Passa al Pescara dove fa il campionato Allievi agli ordini di Tuccella. Poi la Primavera con Beppe Donatelli. Nel 1997 il compianto Bruno Pace lo porta a Chieti, in C2. Non ha ancora 18 anni e il tecnico lo getta nella mischia un po’ alla volta come centrocampista. Ha grinta e personalità da vendere, un po’ meno lo assistono i piedi. Che migliorano con il passare del tempo. Esordio contro la Turris e vittoria dei neroverdi 1-0. I tifosi teatini lo pizzicano per le origini pescaresi, ma lui risponde per le rime. Si fa volere bene dai compagni. A Chieti stringe ancora di più l’amicizia con Fabio Grosso, a Chieti conquista la promozione in C1 con Morganti nel 2000. Poi, decide di andare via. Il compianto Piero Aggradi lo manda a Cava de’ Tirreni dove trascorre cinque anni, l’ultimo con la fascia di capitano. Diventa un fedelissimo di Campilongo, un regista di centrocampo con i fiocchi in serie C, specializzato nel 4-3-3. Poi passa a Foggia dove lo vuole il tecnico Raffaele Novelli, in rossonero resta due anni e mezzo. Dopodiché Campilongo lo chiama a Empoli, in B. Il grande salto. Ma dura pochi mesi. A distanza di qualche anno dirà: «Avevo perso la fame di calcio proprio nel momento in cui mi si presentava l’occasione della vita». E, infatti, torna indietro. Gela, ancora Cava e Lecco. Smette nel 2013 a 33 anni. Meglio non perdere tempo nei dilettanti per iniziare una nuova vita professionale attorno al calcio.
Nel frattempo, mette su famiglia sposando la signora Federica che lo rende papà di Tommaso e Linda. Pensa di fare l’allenatore e inizia da Lamezia Terme dove per qualche mese fa il secondo di Novelli. Ma non è quello il suo destino. Lo chiama Filippo Fusco, conosciuto ai tempi del Foggia, a Bologna per fare il capo degli osservatori. È l’anno della finale play off vinta dai rossoblù in finale contro il Pescara di Oddo. Poi va a Verona, sempre con Fusco. Che, complici i risultati negativi, è costretto a rassegnare le dimissioni all’inizio del 2018. Il presidente Setti decide di promuovere il ds pescarese che non ha esitazioni e sceglie Fabio Grosso, l’amico dei tempi andati, per una sfida complicata: riconquistare Verona. Il suo modus operandi è il solito, sempre presente ma sempre dietro le quinte. Alla conferenza stampa di presentazione, in estate, dice quattro parole e poi cede il microfono a Grosso. Nel frattempo, monta e smonta la squadra. Una sola intervista, a cui però fa seguito una sconfitta. E così si cuce la bocca. Testa bassa verso l’obiettivo della serie A. Non sarà una partita come le altre, quella di lunedì. Lui è pescarese doc, uno di quelli che ai tempi di Galeone era in curva Nord. Ma la passione da bambino è diventata un lavoro da grande. E lui guarda dritto al sodo, anche se il biancazzurro gli provoca sempre un brivido al cuore.
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