Lampo russo al Matteotti, vince Shalunov

20 Luglio 2015

Il corridore della Lokosphinx sorprende tutti alla fine della salita, deludono i 7 abruzzesi: Taborre solo 23°, Ciavatta 26°

PESCARA. Sei secondi. Il tempo di guardarsi in faccia e decidere la strategia per gli ultimi 4 chilometri. La svolta della 68ª edizione del Trofeo Matteotti arriva in cima alla salita di Montesilvano Colle quando il russo Evgeny Shalunov, 23 anni, della Lokosphinx brucia tutti saltando sui pedali e sfruttando l’indecisione del gruppetto di testa: si stacca, guadagna quei 6 secondi decisivi e si guarda indietro. «Non ho visto nessuno venirmi dietro e hodato il massimo». E il massimo è un vantaggio di 30 secondi che significa seconda vittoria della carriera: l’ultimo giro da 14 chilometro e mezzo se ne va a una media che sfiora i 43 all’ora. Primo in 4h 54’ 43’’ alla media oraria di 38,375.

Lampo russo. Occhi di giacchio, poche parole e tifoso di Marco Pantani, è lui il vincitore della classica abruzzese del ciclismo scrivendo il suo nome e cognome accanto ai grandi come Gino Bartali, Francesco Moser e Paolo Bettini. È un’azione lampo e quasi invisibile quella di Shalunov, tanto che il secondo non se ne accorge nemmeno: Andrea Pasqualon della Roth - Skoda batte tutti in volata e alza le braccia al cielo. È il terzo, Davide Viganò della Team Idea 2010, a fargli una doccia fredda: «Non hai vinto tu», gli dice, «un altro è arrivato prima».

Delusione Abruzzo. Il primo degli abruzzesi – 7 in gara – è Fabio Taborre (Androni Giocattoli) che arriva in gruppo (23°) insieme a Paolo Ciavatta della D’Amico-Bottecchia (26°), più indietro Moreno Giampaolo (Mg Kvis - Vega). Gli altri si ritirano, compreso Marco D’Urbano che, al penultimo giro, ci prova davanti allo striscione e ai suoi tifosi in maglia verde a dare una scossa alla gara ma è solo un brivido, un’illusione che si spegne in pochi secondi.

Arrosticini sulle strade. Il Matteotti è sempre una festa: lungo le strade, tifo e arrosticini con i tifosi di Taborre, tutti in maglia portafortuna, pronti a tagliare anche una porchetta.

Tre in fuga. Tre gare in una, con il caldo a tagliare il numero di corridori lungo i 13 giri del circuito: su 117 partenti, all’arrivo, dopo 188,5 chilometri, ne mancano 74 (43 gli arrivati). E tra i ritirati c’è anche quello che sarebbe potuto diventare l’eroe della corsa: al terzo chilometro, Luca Sterbini della Bardiani Csf parte in fuga. Al chilometro 17, Thomas Capocchi della D’Amico Bottecchia e Sergey Rozin (Itera - Katusha) vanno all’inseguimento e raggiungono Sterbini al chilometro 48. I tre vanno forte e arrivano ad avere 7’ 28’’ di vantaggio ma le salite di Colle Caprino e Montesilvano Colle, il caldo e il ritorno del gruppo annullano l’impresa. L’unico che prova a resistere a oltranza, quasi per recitare il ruolo dell’eroe romantico, è proprio Sterbini: gli altri due mollano, lui rilancia. Quando il vantaggio diventa risicato, poco più di un minuto, la sua squadra gli manda in soccorso il compagno Stefano Pirazzi. Si accoda anche Kirill Sveshnikov (Lokosphinx), ma il gruppo ormai è lì dietro che avanza e, al 149° chilometro, finisce il sogno di Sterbini e finisce anche la prima delle tre gare del Matteotti.

Forza del gruppo. Il gruppo marcia unito con in testa gli uomini della Southeast e dell’Adroni. La gara entra in un’altra fase scandita da accelerazioni ripetute: ci provano Michele Scarpezzini e Michele Gazzarra della Mg Kvis - Vega, l’abruzzese D’Urbano ma ogni attacco si rivela un fuoco di paglia. Non hanno la forza di fare il vuoto neanche Andrea Vendrame della Nazionale italiana e Andrea Zilioli (Androni). Anche Pirazzi ci riprova ma il gruppo non lo lascia andare.

Attacco finale. L’unico che sorprende tutti è Shalunov: il russo scollina l’ultima salita con il gruppetto ormai sfilacciato e coglie l’attimo. Parte, nessuno lo segue e in quei primi 6 secondi di distacco trova la forza per costruire, pedalata dopo pedalata, la vittoria. «L’inseguimento? Semplicemente non c’è stato», spiega il terzo, Viganò, «ho cercato di avvisare tutti in testa, dicendo che se nessuno avesse tirato, Shalunov indisturbato avrebbe vinto la corsa. Nessuna squadra ha collaborato, specialmente Bardiani e Southeast».

Vittoria e rabbia. Il secondo, Pasqualon, non vede nemmeno partire Shalunov e lui, nel rettilineo finale che porta al traguardo di piazza Duca degli Abruzzi, spinge un rapporto duro: «Non avevo un piano», racconta il russo, «poi, non ho visto nessuno alle mie spalle e sono andato via forte, più forte. Mi sentivo bene e ho dato il massimo», dice dopo l’arrivo, «ho dato tutto e non ho più fiato». Solo una dedica: «Questa vittoria è per mia moglie, ci siamo sposati un anno fa». Il prossimo obiettivo, abbandonate le gare su pista, è il giro del Portogallo, mentre Pasqualon punta al Tour dell’Alsazia per riscattare questa vittoria immaginata ma sfumata: «Credere di aver vinto e poi scoprire che non è così fa male», dice, «ma non ho gareggiato per 20 giorni e mi accontento. Sogno di essere convocato in Nazionale». È un messaggio a Davide Cassani, direttore sportivo della Nazionale. Viganò arriva al traguardo con due raggi rotti per un contatto con un compagno di squadra nella calca dell’ultimo chilometro: «Senza la ruota rotta avrei potuto fare di più», dice, «invece mi sono attaccato a Pasqualon ed è finita così».

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