Lima: io e la Nazionale storia di un amore tradito

17 Maggio 2020

PESCARA. Gabriel Lima per anni è stato il capitano della Nazionale italiana di calcio a 5. Nel 2014 ha alzato al cielo il titolo europeo e dopo tre stagioni nell’AcquaeSapone l’anno scorso, a 31 anni,...

PESCARA. Gabriel Lima per anni è stato il capitano della Nazionale italiana di calcio a 5. Nel 2014 ha alzato al cielo il titolo europeo e dopo tre stagioni nell’AcquaeSapone l’anno scorso, a 31 anni, ha deciso di lasciare l’attività agonistica e di tornarsene in Brasile, a San Paolo, dove ha messo in piedi una scuola calcio a 5. E ora sta allargando gli orizzonti.
Lima, è vero che fa anche il procuratore?
«Non proprio, direi un gestore di carriere. Più che rappresentare i diritti dei giocatori vorrei aiutarli nei comportamenti e nelle scelte e prepararli al grande salto nei professionisti».
Ovvero?
«Ci sono tanti ragazzi talentuosi che, però, si perdono per strada, perché a volte hanno abitudini non adatte al mondo professionistico. Credo di poter dare tanto, non mi invento niente: metto a disposizione l’esperienza accumulata negli anni. La mia storia parla per me».
Ha una scuola futsal.
«E’ partita da un anno con 60 bambini, dai 3 ai 13 anni. Facciamo formazione. E poi cerchiamo di lanciarli nel mondo del futsal professionistico».
Solo ragazzi?
«Ci sono delle eccezioni, la prima è Leo Moraes, in Europa da un po’ di anni. Negli ultimi quattro anni è stato in serie A2 in Italia. E’ un mio amico, uno che mi ha chiesto di consigliarlo e non sono riuscito a dirgli di no, appunto per il legame stretto che ci unisce. E’ una delle eccezioni sul cammino».
Perché è tornato in Brasile?
«Io sono da 15 anni in Italia. Con mia moglie, quando ci siamo sposati nel 2011, decisi di tornare in Brasile al primo figlio. Ne abbiamo avuti tre in questi anni...».
Perché ha lasciato?
«Per tre motivi: in primis perché vedevamo che i nostri figli crescevano lontano dal Brasile. E non era quello che volevamo. Poi, ha inciso il fatto che l’AcquaeSapone a quei tempi non mi parlava di rinnovo di contratto; e poi la situazione in Nazionale».
Come si è lasciato con l’AcquaeSapone?
«Bene, benissimo. Poi, la proposta di rinnovo di contratto è arrivata, ma ormai avevo deciso di andare via».
E’ vero che nel dicembre scorso c’è stata la possibilità di tornare all’AcquaeSapone?
«Ci siamo parlati, è vero. Ho un bel rapporto con loro: con la famiglia Barbarossa e con tutti gli altri. C’è affetto. Tra l’altro, Nando, quando gli ho detto che sarei tornato in Brasile, non ci credeva. Ma alla lunga ha capito che non bluffavo».
Si diceva che..
«Ho ascoltato tante cattiverie sul mio conto, io sono cristallino».
E la Nazionale?
«Finisco il 2018 come capitano, con grande orgoglio. Cambia però l’allenatore dopo l’avvicendamento ai vertici della Divisione. Era un periodo che avevo bisogno di fermarmi. Quando c’è stato il cambio di allenatore, mi incontro con il ct Musti e prima che lui mi dicesse qualcosa gli chiedo di saltare la prima convocazione perché dopo 14 anni avevo bisogno di stare con la famiglia. Di staccare la spina. Un’esigenza di quel momento. Lui mi dice che mi avrebbe aspettato, perché che capiva il mio stato d’animo. E che comunque mi voleva in squadra. Poi, tra la prima e la seconda convocazione lo chiamo dicendo che ero pronto. Però, quando escono le convocazioni il mio nome non c’era. E non c’è più stato. Ho quindi capito che qualcosa era cambiato».
Che cosa significa?
«A mio avviso, c’era un discorso politico forte dietro a tutto quello che si è verificato: la voglia di fare a meno di me. Se certi risultati fossero arrivati senza Lima sarebbe stato meglio. Io ho dato un assist a questo progetto chiedendo un attimo di respiro, ma ero tranquillo per le parole del ct. Invece…».
Era una presa di posizione contro i naturalizzati?
«La politica è piena di ipocrisia. È stato detto che era l’ora di ridare la Nazionale agli italiani, ma poi l’ultima partita è stata chiusa con sei oriundi».
Tanti anni in Italia.
«Dal 2004 al 2019, grazie a mio nonno Ettore Mancini, nato in un paese vicino Torino e poi emigrato in Brasile. Mi sento mezzo italiano e mezzo brasiliano».
Il momento più bello?
«La vittoria nel 2014 del titolo europeo. Bellissimo. Il movimento era sempre quello, ma c’era sinergia tra divisione e federazione; un legame importante che lasciava tranquillo il gruppo. Dirigenti, tecnici e giocatori eravamo uniti, senza egoismi».
Ora, invece, l’Italia è fuori dai Mondiali.
«Un Mondiale senza Italia è un fallimento. Lo dico dal di fuori senza conoscere quello che è accaduto. Ma non c’è Mondiale senza Italia nel futsal».
E l’Abruzzo?
«Soltanto ricordi belli. Sia io che l’AcquaeSapone eravamo alla ricerca dello scudetto e l’abbiamo raggiunto insieme, nel 2018. Poi, due Coppa Italia, una Supercoppa e una Winter Cup. Bel gruppo, di carattere e vincente. Tutt’oggi mi tengo in contatto con tutti». (r.c.)
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