MA DI CHE CALCIO STIAMO PARLANDO?
Non sono passati nemmeno venti giorni dalla poco onorevole ritirata degli azzurri dalla campagna di Brasile ma, dopo le immediate e scontate polemiche per la disfatta, ci si accorge che non è...
Non sono passati nemmeno venti giorni dalla poco onorevole ritirata degli azzurri dalla campagna di Brasile ma, dopo le immediate e scontate polemiche per la disfatta, ci si accorge che non è cambiato praticamente nulla. Balotelli, che un paio di anni fa tirava freccette in Inghilterra contro i ragazzi del Manchester, dopo il flop mondiale riconquista le prime pagine dei giornali twittando la sua foto col fucile puntato contro chi lo odia; non fa nemmeno notizia Immobile, capocannoniere del campionato, passato per 9 milioni al Borussia, ovvero una delle prime otto squadre d'Europa, per far posto a una riserva del Real Madrid che costa tre volte di più, la prima risposta al largo ai giovani invocato da più parti è la cessione di Scuffet, erede designato di Buffon, all'Atletico Madrid, una storia che ricorda da vicino quella già capitata a Verratti, talento assoluto, costretto a un Mondiale quasi da comparsa e ora nel mirino di Bayern e Real. Intanto Prandelli, che ha altri due anni di contratto per gestire Casa azzurra, saluta tutti e, assieme a signora, se ne va a guadagnare il triplo in Turchia, c'è chi, come Gilardino, per consolarsi (si fa per dire) scopre la Cina, mentre, al solito, rischiano di sparire, società gloriose o di importante passato, come Siena, Varese e Padova. La rifondazione annunciata? E' più che altro lotta di potere, di tessere e voti. Di nomi e facce senza idee. Macalli e Agnelli a tirarsi gli stracci, Tavecchio, Albertini, Tommasi, Rivera, Vialli e chissà chi ancora. Intanto resta un tabù, almeno in Italia, perfino la bomboletta spray, usata con profitto in Brasile dagli arbitri per tenere a distanza la barriera sui calci di punizione (costa poco?), non viene presa nemmeno in considerazione la possibilità di allargare la riforma dei campionati alle squadre B, seguendo una strada aperta dalla Spagna e già percorsa anche da Germania, Olanda, Francia e presto pure dall'Inghilterra, probabilmente un passaggio fondamentale per la valorizzazione del vivaio e, conseguentemente, per una gestione più oculata delle società. Difficile, certo, rimettere insieme i cocci, ma che si abbia almeno il coraggio e la capacità di provarci è il minimo se sul serio si vuole restituire al calcio un'identità da tempo perduta.

