Calcio a cinque

Mammarella, parate e record: «Ho vinto tutto, ma non mollo. Andrò in campo fino a 45 anni»

2 Aprile 2026

Calcio a cinque. Il portiere teatino gioca nel Genzano ed è stato un pilastro dell’Italfutsal: «La Champions a Montesilvano e l’Europeo in Belgio ricordi stupendi»

PESCARA. È stato, ed è ancora, uno sportivo simbolo dell’Abruzzo. A 42 anni suonati, Stefano Mammarella resta un’icona del futsal italiano nel mondo. Gli anni passano inesorabili, la classe resta immutata. Ecco perché – se il fisico terrà – almeno fino a 45 anni il portierone teatino dell’Ecocity Genzano non ha alcuna intenzione di fermarsi. Le sue parate spettacolari e il suo carisma continuano a emozionare i giovani praticanti del calcio a cinque che accorrono nei palazzetti per vederlo tra i pali. E anche fuori dai confini italiani, il suo nome è scolpito tra quelli dei mostri sacri della disciplina.

Lo scorso 16 marzo è stato il protagonista del sorteggio della Final Four di Champions League 2026, in programma a maggio a Pesaro. «Una delle esperienze più belle della mia carriera», racconta il portiere, «È stato un onore sorteggiare le due semifinali. Il vice presidente del Palma Futsal, i dirigenti francesi dell’Etoile Lavalloise e quelli del Cartagena a fine giornata hanno voluto incontrarmi e parlarmi, ho raccontato loro la mia storia. C’era anche l’ex presidente del Montesilvano, Iervolino: abbiamo passato delle bellissime ore insieme».

Mammarella, a proposito di Montesilvano: la vittoria della Champions nel 2011 è leggenda. Siete ancora gli “unici in Italia” ad averla vinta.

«Sì, dopo 15 anni siamo ancora gli unici in Italia. Quelli furono anni fantastici per lo sport abruzzese e, in particolare, per il calcio a cinque a Montesilvano. Di quel gruppo, Calderolli, Cuzzolino e Borruto sono ancora in campo. Altri non giocano più, ma erano dei grandi campioni. Penso a Rogerio, che non c’è più. O a Garcias, che allena e sarà il nuovo ct della Nazionale degli Usa».

Qual è il primo ricordo di quel trionfo che le viene in mente?

«Il primo ricordo è in Russia, a Ekaterinburg, nel girone Elite, contro i padroni di casa che erano i favoriti. Abbiamo vinto 2 a 1. Tutto è iniziato lì. Ad Almaty poi c’era un palazzetto fantastico allestito dall’Uefa per la Final Four. Entrarci ci ha dato una carica pazzesca: eravamo la cenerentola, nessuno si aspettava la nostra vittoria viste le rivali Kairat, Sporting e Benfica. Invece… 3 a 0 in semifinale al Benfica e 5 a 2 in finale allo Sporting».

Dopo aver scritto la storia in Abruzzo, da tre anni gioca a Genzano.

«Una bellissima realtà, che mi ha accolto in modo splendido. Purtroppo non siamo riusciti a portare un titolo: l’avevo promesso al presidente. Ma i risultati si raggiungono con il tempo, non è facile. Ci siamo andati vicini l’anno scorso, perdendo la finale di Coppa Italia a Jesi. Un grande rimpianto».

Il suo contratto è in scadenza: che farà a fine stagione? Smetterà? O punta a tornare in Abruzzo?

«La mia terra mi manca, magari potessi tornare... Di smettere per ora non se ne parla: fino a 45 anni almeno voglio continuare a giocare e voglio ancora vincere qualcosa. Non solo in serie A, anche in una categoria inferiore sarebbe bello accettare un progetto serio e vincente».

Quindi da quello che dice, le mancano ancora tre campionati prima di smettere?

«Non è detto… se starò bene, andrò anche oltre i 45 anni! Consideri, però, che dall’intervento alle ginocchia del 2017 – ancora oggi dico grazie al professor Salini e al dottor Iannacone – mi avevano dato altri 5 anni di carriera. Sono già andato ben oltre…».

Tra gli obiettivi dei prossimi anni, c’è anche un sogno: giocare una partita con suo figlio Davide (il secondo, il primo è Mattia).

«Sarebbe il coronamento perfetto della carriera. Oggi ha 9 anni e ha scelto il futsal. Per ora è un giocatore di movimento, anche se a volte va in porta. Speriamo che diventi un buon giocatore di movimento, magari un pivot. Se diventasse portiere, rischierebbe di portarsi dietro il peso del cognome. Sarebbe bello se potessi chiudere la carriera giocando una partita ufficiale insieme a lui».

La sua carriera è diventata un libro, nel 2019.

«Mi fa sempre un certo effetto vederlo e risfogliarlo. In giro per l’Italia vengono persone al palazzetto per farmelo autografare. Gli ultimi che avevo, li ho regalati qui a Genzano ad alcuni tifosi».

Qual è stato il momento più emozionante della carriera?

«La vittoria della Coppa Italia 2018, a Pesaro, con l’Acqua&Sapone. Tornavo da un infortunio e mi ero preparato al massimo. In molti mi avevano bacchettato in quel periodo, dicevano che non paravo più come una volta. Poi: tre rigori parati in semifinale contro il Napoli e una grande finale contro la Luparense. Ho pianto come un bambino. Ma ho messo a tacere tutti».

Con la Nazionale è finita ormai da quattro anni.

«Sì, l’ultima in azzurro all’Europeo 2022 con Bellarte in panchina. Dopo la partita contro la Finlandia, ho preso il Covid e sono rimasto chiuso in camera in hotel in quarantena. Da allora non sono stato più convocato e un po’ la cosa mi ha ferito. Capisco il rinnovamento, ma gioco ancora in serie A e spero sempre di essere convocato, nonostante abbia una certa età».

Lei era il portiere dell’Italia campione d’Europa nel 2014 in Belgio.

«Altro trionfo irripetibile. Si era creato un gruppo solido, con persone e giocatori fantastici. Anche negli anni precedenti avevamo raccolto risultati ottimi: terzo posto al Mondiale in Thailandia (fu nominato guanto d’oro del torneo, ndc) e terzo posto all’Europeo in Croazia, entrambi nel 2012. Il titolo di Anversa è stato il naturale percorso di crescita di quel gruppo».

Oggi l’Italia del calcio a 5 come se la passa?

«I giocatori ci sono, ma bisogna lavorare di più sui giovani. Anche le Nazionali minori, come Macedonia o Slovenia, sono realtà strutturate che hanno basato le fondamenta sui loro giovani, li fanno giocare e puntano a raccogliere risultati».

Un nuovo Stefano Mammarella in giro c’è?

«Bellobuono e Pietrangelo sono due ottimi portieri, ma un vero nuovo Mammarella deve ancora arrivare».

Il giocatore italiano più forte affrontato negli ultimi anni?

«Musumeci: se il Catania è diventato una squadra vincente, il merito è tutto suo. E’ l’anima dei siciliani, ma anche della Nazionale, di cui è capitano. E’ un’arma in più per entrambe».

Mi dice qual è il suo quintetto dei sogni? Mammarella in porta, poi…

«Iniziamo da Menichelli allenatore. In campo Calderolli, Borruto, Cuzzolino e Rogerio. Mi porterei ovunque anche Garcias, un mostro anche se l’ho avuto solo per poco tempo. E dovrei inserire anche Marcio Forte».

Quando smetterà, tra tanti anni, s’immagina ancora nel futsal?

«Sì, mi piacerebbe fare l’allenatore o il preparatore dei portieri. Vorrei lasciare ai giovani i segreti del mio ruolo. Ma anche allenare una squadra non mi dispiacerebbe. Ho avuto i migliori: Menichelli, Colini, Ricci, Perez, Di Eugenio, Scordella. Se potessi prendere un pizzico da ognuno di loro, potrei diventare il migliore al mondo! Scherzo, ma c’è un comune denominatore tra questi: umiltà, sacrificio, molto lavoro e poche chiacchiere».

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