Marcelli, 50 anni fa la vittoria leggendaria

Montevideo 1968, il marsicano campione del mondo dilettanti
MAGLIANO DE’ MARSI. «Mi alzo sui pedali, per gli altri si fa notte. Nessuno riesce a prendermi». Vittorio Marcelli chiude gli occhi e per un istante è come se risalisse su quei pedali per far girare veloce una ruota che riavvolge i ricordi: le vene si gonfiano, il cuore batte a mille, il vento che soffia impetuoso in Sudamerica scompiglia i capelli, le braccia al cielo di Montevideo. Eccolo l’omone che si commuove tornando con orgogliosa nostalgia al giorno in cui ha lasciato la sua impronta nella storia del ciclismo. Era il novembre 1968, esattamente cinquant’anni fa, quando quel ragazzone marsicano dalla coccia tosta, uno dei tanti cresciuti a pane e pedali, divenne il più veloce e forte corridore dilettante della Terra, tagliando per primo il traguardo in un’indimenticabile prova individuale in linea nel campionato mondiale per ciclisti non professionisti. Una corsa di 210 chilometri a Montevideo, in Uruguay, con una media di 41 orari e 160 chilometri di una fuga diventata leggendaria. Una settimana prima, sempre in Sudamerica, aveva conquistato la medaglia di bronzo nella cento chilometri a squadre (Marcelli faceva parte del quartetto composto da Pierfranco Vianelli, Giovanni Bramucci e Mauro Simonetti). Altra impresa. Come quella, nello stesso anno, ai Giochi olimpici di Città del Messico, con un bronzo nella crono a squadre.
Quel giorno... «In Uruguay c’era un vento che ti sbatteva per terra», ricorda Vittorio Marcelli, «per esperienza sapevo che in una corsa di oltre 200 chilometri, in quelle condizioni, si poteva ottenere qualcosa di positivo restando nelle fughe e limitando le difficoltà e le scaramucce. Uno dei fratelli Petterson prese l’iniziativa, poi uscì fuori Rodriguez, quello della Salvarani, quindi un certo Flores. Allora mi sono alzato sui pedali e l’ho agganciati, non potevo farli andare avanti. Mi sono inserito quando mancavano 160 chilometri al traguardo, per andare avanti in collaborazione. Infine il volatone: sono scattato sui pedali, ho pensato che dovevo farlo per la mia gente». Fu un’impresa, osannata dalla stampa dell’epoca, celebrata a lungo in Italia.
Eppure, mezzo secolo dopo, per Marcelli, che ancora oggi nella zona commerciale di Cappelle dei Marsi gestisce un negozio di biciclette insieme al fratello Fernando, non c’è stata alcuna commemorazione. Il cinquantenario di quell’incredibile vittoria è passata sotto silenzio. Di recente celebrato a Bagnacavallo e ad Arezzo, dove ha vissuto parte della sua carriera, dimenticato dal suo Abruzzo.
«A Magliano, ad Avezzano, in tutta la provincia dell’Aquila, il Coni, la Federazione: tutti si sono dimenticati di me, ma sono soddisfatto così, non voglio fare critiche», afferma il 74enne, «all’epoca in pochi erano in grado di vincere corse da 200 chilometri».
Il ritorno a casa. All’epoca, a Marcelli, fu riservato tutt’altro trattamento. «L’accoglienza emozionante cominciò fin da Roma», ricorda Marcelli, «ai tempi, si tornava attraversando la Tiburtina e tanti paesi, Carsoli, Tagliacozzo, Scurcola Marsicana. Tutti volevano stringermi la mano, c’era un calore incredibile e non vi dico che cosa accadde nella mia Magliano dove un chicco di grano non sarebbe caduto a terra. Il ciclismo era passione, per me non è mai stato un gioco, a differenza del calcio, la bici ha rappresentato il mio riscatto».
Il personaggio. Conosciuto coi nomignoli più disparati – da Coscia di lupo, all’Abruzzese, fino a Bisteccone – Marcelli è stato un asso tra i dilettanti, ma un campione mai sbocciato nei professionista.
L’esplosione nelle gare abruzzesi riservate agli Allievi, con 13 corse vinte in altrettante domeniche. Venne ingaggiato dal Veloclub Pescara, correva l’anno 1964, e ventiquattro mesi più tardi dalla Sammontana di Empoli. Ma prima c’era stata la parentesi del servizio militare nella compagnia atleti.
Novanta corse vinte fra i dilettanti, le imprese di Montevideo e Città del Messico, oltre a un successo (1967) ai Giochi del Mediterraneo a Tunisi. Dal 1969 al 1970 è passato nei professionisti. Con pochi acuti. Di lui si ricordano prevalentemente quelli ottenuti nelle corse contro il tempo, di cui era specialista. Un secondo posto al Gran Premio di Castrocaro, a cronometro, battuto solo da Felice Gimondi. Un quinto piazzamento nella cronocoppie trofeo Baracchi e un ottavo posto al Gran Premio di Prato. Una volta, come racconta lo stesso Marcelli, arrivò ultimo al Giro d’Italia quando dalle parti di Scanno si imboscò per poter indossare la maglia nera che dava diritto a una settimana di soggiorno gratuito in una località balneare. Nel 1970 la conclusione della carriera, a poco più di 25 anni e con un ginocchio malridotto, con la Salvarani, squadra che all’epoca veniva conosciuta come “il cimitero dei corridori”. Un ciclista incompiuto, spremuto troppo da giovane, secondo molti, costretto a un prematuro ritiro. Erano gli anni di Motta, Gimondi, Adorni e, in Abruzzo, soprattutto di Vito Taccone, il Camoscio. Uno che Marcelli non ha mai amato. «Quando ho smesso sono stato male», confessa Marcelli, «nel mondo del professionismo ho trovato terra bruciata attorno a me. Davo fastidio, ero un altruista in un mondo di cannibali».
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