Martino: con la mia corsa ho sfidato i grandi della A

2 Giugno 2014

«Ho realizzato i miei sogni, mi è mancato solo giocare nel Pescara»

SCAFA. Diventare un calciatore è sempre stato il suo sogno. Tonino Martino ci è riuscito vincendo tutti i campionati professionistici, tranne quello di serie A. È stato uno dei protagonisti del miracolo Castel di Sangro, la squadra che ha scritto una delle pagine più belle dello sport italiano. Il legame indissolubile con Osvaldo Jaconi, il tecnico che lo ha lanciato. E quello con papà Aurelio che tre volte alla settimana lo portava agli allenamenti con la Folgore Sambuceto. Una carriera scintillante e un solo rimpianto: non aver vestito la maglia del Pescara, il team per cui ha sempre fatto il tifo.

Martino, quando ha iniziato a giocare?

«Da bambino nei campetti di Scafa e della Pescarina, una frazione di Turrivalignani dove sono nato. Poi mio padre mi portò alla Folgore. L’allenatore era Clemente Prioli e all’età di 14 anni, grazie alla segnalazione di Tazio Roversi, osservatore del Bologna, andai in Emilia».

Come fu l’impatto con la città?

«All’inizio ho sofferto un po’, ero in una realtà completamente diversa, ma la voglia di arrivare mi diede la forza per superare il distacco dagli affetti. Feci la trafila e a 17 anni Giovan Battista Fabbri mi fece esordire al Dall’Ara in Coppa Italia contro il Cagliari. Fu una grande emozione: era il Bologna di Villa, Marocchi, Pecci, Marronaro e Pradella. Poi iniziai a girovagare in prestito in vari club abruzzesi: a Penne con Colangelo, a Celano con Attardi e a Lanciano con Prosperi».

Poi arrivò la chiamata del Castel di Sangro. E così iniziò la favola.

«Arrivai con Boccolini, mentre l’anno dopo venne ingaggiato Jaconi che mi cambiò ruolo: da centravanti diventai un tornante. Dovevo sfruttare la corsa che è sempre stata la mia dote principale. Grazie a lui feci il salto di qualità».

Jaconi, per lei quasi un secondo padre.

«Gli devo tutto. Grazie a lui e al presidente Gabriele Gravina riuscimmo a creare qualcosa di irripetibile. Jaconi è un tecnico preparato e una persona di alto spessore morale. Fece sognare un paese di cinquemila anime portandolo a sfidare squadre come Torino, Genoa, Lecce, Sampdoria e lo stesso Pescara».

Ci fu anche un tragico evento: la morte di Danilo Di Vincenzo e Filippo Biondi.

«Due ragazzi speciali che si erano inseriti benissimo nel nostro gruppo. Purtroppo non ci sono più a causa di quel terribile incidente stradale».

È vero che fu ad un passo dal Pescara?

«Un giorno mi chiamò Federico Pastorello, il mio agente, per dirmi che l’operazione era conclusa. Poi però mi richiamò. L’ex diesse del Pescara, Andrea Iaconi, ci aveva ripensato e l’accordo saltò: al mio posto i biancazzurri presero l’ex bolognese Traversa. Ci rimasi male».

Dal Castel di Sangro passò all’Empoli dove a 27 anni esordì in serie A.

«Debuttai contro la Roma di Totti e Di Francesco. Dopo pochi minuti sfiorai il gol del vantaggio. Konsel fece un miracolo su una mia conclusione a botta sicura. Peccato, avrei potuto segnare il primo gol del torneo e vincere anche il premio delle 500 bottiglie di vino messe a disposizione da un’azienda abruzzese».

Fu Luciano Spalletti a volere lei e Fusco in Toscana.

«Sì, a Castello facemmo una buona gara contro l’Empoli e lui chiese l’acquisto di entrambi. Spalletti aveva una marcia in più sul piano tattico, tant’è che è diventato uno dei top in Europa».

Qual è il calciatore più forte che ha incontrato?

«Gabriel Batistuta. Rimasi impressionato anche da Totti, Del Piero e Zidane: tre fuoriclasse assoluti».

Dall’Empoli alla Reggina: sullo Stretto un’altra gioia.

«Conquistai la storica promozione con la Reggina proprio a spese del Pescara. Il 13 giugno del 1999 a Torino ebbi la fortuna di realizzare il gol della vittoria. Era il giorno del mio compleanno, un pomeriggio indimenticabile: la Reggina per la prima volta in A con Bruno Bolchi. Ma il campionato l’avevamo vinto qualche giornata prima all’Adriatico battendo il Pescara. Quella volta la Dea bendata ci diede una mano: prima il rigore sbagliato dal mio amico Gelsi, poi l’autorete di Cannarsa. Meritavamo entrambe di salire».

L’anno dopo in Calabria sbarcò un giovane trequartista che in seguito divenne il miglior playmaker del mondo: Andrea Pirlo.

«Un talento puro. Ricordo che alla fine degli allenamenti mi fermavo ad ammirare i suoi calci di punizione. Su dieci tentativi nove volte beccava l’incrocio dei pali. Sapete quante scommesse hanno perso con lui i nostri portieri, Orlandoni e Belardi? Uno come Pirlo nasce ogni venti anni».

Dopo la Reggina, di nuovo Jaconi: prima al Savoia poi a Livorno.

«In Toscana vincemmo il campionato di C1. Ebbi la fortuna di giocare insieme ad una persona straordinaria: Igor Protti. A centrocampo giocava Mimmo Di Carlo, in difesa un certo Giorgio Chiellini: seppur giovanissimo aveva già la tempra del grande giocatore».

Poi il ritorno a Lanciano.

«La città mi adottò. Un ambiente familiare, tranquillo e al tempo spesso speciale. È questo il segreto che ha prodotto le fortune del calcio frentano. Lì conta il gruppo, non il singolo calciatore».

Come si spiega, invece, il flop del Pescara?

«È mancata la fame: se nemmeno un motivatore come Cosmi è riuscito a scuotere la squadra, non avrebbe potuto farlo nessuno. Mi auguro che il prossimo anno i biancazzurri possano tornare protagonisti: il pubblico lo merita».

Lei non ha mai abbandonato le sue radici.

«Ero e resto molto legato alla mia terra che è la stessa di Gianluca Pacchiarotti, un amico fraterno e un grande portiere. Ricordo ancora le serate trascorse al Bar Gilles di Claudio Di Rupo, le aste infinite del fantacalcio. Si finiva sempre parlando di pallone».

A proposito di calciatori della provincia pescarese: a due passi da casa sua è nato un certo Marco Verratti.

«È un motivo d’orgoglio vederlo al Paris Saint Germain: a Prandelli dico di portarlo in Brasile, non serve riflettere. Uno con la sua classe è indispensabile».

Giovanni Tontodonati

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