Calcio

Morto Franco Baresi, bandiera del Milan e della Nazionale

31 Luglio 2026

Lo annuncia il club sui social: 'La nostra storia in lacrime'. Venti anni rossoneri tra Liedholm, Sacchi e Capello. In azzurro il titolo '82, poi Usa '94

MILANO. Franco Baresi è morto a 66 anni, dopo che nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare. Stava già male quando a febbraio aveva ricevuto in mondovisione l'ultimo, commovente omaggio: nella cerimonia di apertura dei Giochi di Milano Cortina fu lui a comparire a San Siro con la fiaccola olimpica in mano, fianco a fianco con Beppe Bergomi. Eterni rivali alla Scala del calcio - anche se li legava una lunga militanza comune in azzurro - eppure uniti nell'orgoglio per l'Italia e vicini in un dolore tristemente già noto. Era stata casa sua per tutta la vita sportiva, il Meazza. Una carriera passata con la maglia del Milan cucita addosso, come una seconda pelle, e una fascia da capitano restata al suo braccio non solo per 15 anni ma per sempre, nell'immaginario dei tifosi rossoneri, che lo elessero giocatore più importante della storia del club in occasione del centenario. Qualche anno dopo l'uscita di scena dal campo, il club rossonero ritirò anche la maglia numero 6, un tutt'uno con Baresi.

Con gli stessi vestiti, per vent'anni, ogni domenica si muoveva - con "virile bellezza gladiatoria", scriveva Brera - in difesa, libero di seguire il suo fiuto e la sua straordinaria capacità di leggere e interpretare il gioco, sia negli spietati anticipi sia, ripreso il pallone, come primo regista della squadra. Rimasto orfano a 14 anni, Baresi aveva già la scorza dura di uomo quando, diciassettenne, esordì in rossonero a Verona nell'aprile 1978. Lo chiamavano 'Piscinin', quel ragazzo esile, ma il soprannome sarebbe durato poco. A prenderlo sotto la sua protezione in spogliatoio e a predirgli una brillante strada fu Gianni Rivera, e già dalla stagione successiva iniziò a guidare il reparto arretrato del Milan, portandolo al decimo scudetto della storia del club. Club che non abbandonò neppure dopo le due retrocessioni del 1980 e del 1982, anno in cui - sia pur non giocando - era nella rosa azzurra dei campioni del mondo.

Divenne dunque capitano rossonero presto, a 22 anni, non più 'piccolino' in campo e in squadra, avviato verso una carriera che lo avrebbe portato al ben più altisonante soprannome di 'Kaiser Franz', come il Beckenbauer nel cui mito era cresciuto. Da leggenda la sua carriera in rossonero: 6 scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Intercontinentali, 4 Supercoppe europee e 2 italiane. Ma i numeri non dicono tutto. Ha attraversato il Milan di Liedholm, Sacchi e Capello - lui che era stato scartato a 12 anni da un provino Inter, dove già giocava il fratello Beppe - ha giocato con campioni del calibro di Rivera, Maldini o Van Basten, al fianco dei quali non sfigurava per classe, tocco di palla e visione di gioco.

E proprio dall'olandese fu 'bruciato' sul filo del Pallone d'Oro '89, quando appariva impensabile che a vincerlo potesse essere un difensore. Ma il ruolo stava stretto a 'Kaiser' Baresi, ribattezzato così perché come Beckenbauer guidava da dietro il gioco: la sua interpretazione del libero, tutta moderna - in un calcio fatto di zona, pressing e verticalità - lo aveva portato a esser spostato a centrocampo in azzurro, da Bearzot, che peraltro contava per quella posizione su Scirea. Con l'Italia Baresi vinse il mondiale '82, senza mai giocare, e provò a prendersi la rivincita dodici anni dopo, giocando la finale di Usa '94 a Pasadena: di quel giorno rimane il ricordo delle sue lacrime finali. Le stesse che oggi il calcio mondiale versa per il 'Piscinin'.

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