Niente doping, la verità del giudice: Schwazer incastrato da Iaaf e Wada

19 Febbraio 2021

ROMA. Alex Schwazer non era dopato, e per lui è arrivato il giorno della redenzione. Il marciatore azzurro che vinse l'oro della 50 km a Pechino 2008 e fu squalificato per 8 anni a ridosso di Rio...

ROMA. Alex Schwazer non era dopato, e per lui è arrivato il giorno della redenzione. Il marciatore azzurro che vinse l'oro della 50 km a Pechino 2008 e fu squalificato per 8 anni a ridosso di Rio 2016 coltiva ora il sogno estremo di chiudere la carriera alle Olimpiadi di Tokyo; intanto, il suo viaggio all'inferno sportivo dei reietti, andata e ritorno, si chiude con l'ordinanza del gip di Bolzano che archivia le accuse di doping nei suoi confronti e accusa Iaaf e Wada di aver manipolato le provette di urina per farlo risultare positivo. Il giudice parla espressamente di «macchina del fango», chiedendo al pm di indagare su chi incastrò l'azzurro e poi lo diffamò. «Giustizia è fatta, un giorno che mi ripaga di quattro anni e mezzo di battaglie, quattro anni e mezzo per niente facili», esulta il marciatore azzurro. Da quel primo gennaio 2016 a oggi, sono stati anni di processi e teorie del complotto. Più che un caso, un vero e proprio 'affaire’, in cui compaiono hacker russi, doping di stato, sospetti. Sullo sfondo di una vicenda personale tormentata, piena di trionfi e cadute. Tutto nasce dalla positività al testosterone in un controllo a sorpresa, quando Alex è fidanzato con Caroline Kostner. Il marciatore c'era cascato già una volta: positivo al doping e squalificato prima di Londra 2012. Poi, per rimettersi in marcia e dire a tutti che quell'errore era il passato, si affida a Sandro Donati, nemico dichiarato del doping. La nuova positività del 2016 è subito bollata dai due accusati come complotto. Il processo sportivo si svolge a Rio, dove Schwazer si allena sulla spiaggia di Copacabana aggrappandosi alle residue speranze, ma la recidiva lo condanna nel modo peggiore: 8 anni, giochi finiti. Da allora comincia una guerra legale: Schwazer e Donati sostengono che le provette esaminate dal laboratorio di Colonia sono state manipolate, accusano Iaaf e Wada, vanno sino al Tas, senza ragioni. Fino all'ordinanza del Gip bolzanino, Walter Pelino. Le 87 pagine del gip sono una sorta di j'accuse pieno di fatti, riscontri, documenti e durissimi rilievi alla federazione mondiale d'atletica (Iaaf) e all'agenzia mondiale antidoping (Wada). Schwazer «non ha commesso il fatto», ma per le due massime istituzioni sportive il pesante rilievo è quello di «falso ideologico, frode processuale, diffamazione», e su questo il pm è invitato a indagare ulteriormente. Pelino accusa Iaaf e Wada di essere «assolutamente autoreferenziali», un controllore che si controlla da solo. I suoi periti hanno mostrato «alterigia baronale» e «pressapocchismo». E quel che è peggio, anche se manca la «pistola fumante», ci sono prove evidenti della manipolazione. Primo punto, i campioni di urine: non erano anonimi, non erano sigillati, non furono subito consegnati dall'ispettore ma rimasero per diverse ore a Stoccarda, e Colonia mentì sulla quantità (6 ml invece di 18) per sfuggire all'obbligo di consegnare un campione per la perizia, tranne poi tirare fuori una terza provetta spuntata dal nulla e non chiusa. Secondo punto: nelle mail tra il capo dell'antidoping Iaaf, Capdevielle, e il legale della federatletica a Losanna, Wenzel, il primo parla espressamente di «complotto verso A.S. di cui il laboratorio di Colonia è parte», e poco conta per il gip che la Iaaf contesti l'utilizzo della prova, in quanto hackerata da Fancy Bear. C'è poi la questione dell'eccessiva e anomala concentrazione di Dna nelle provette: per il gip non si spiega nè con una patologia nè con l'eccesso di allenamento, ma solo col tentativo di manipolazione.
Francesco Grant