Ora per favore non parliamo più di “progetto”

di ANTONIO DE LEONARDIS E anche questa volta la retrocessione del Pescara è arrivata con largo anticipo. A cinque giornate dalla conclusione, come capitò nel 1993 dopo la sconfitta a Roma con la...
di ANTONIO DE LEONARDIS
E anche questa volta la retrocessione del Pescara è arrivata con largo anticipo. A cinque giornate dalla conclusione, come capitò nel 1993 dopo la sconfitta a Roma con la Lazio, peggio che nello sciagurato campionato del 2013 quando la condanna maturò a 270 minuti dalla conclusione. Un fallimento totale, maturato a fine estate, quando non si riuscì a completare un organico che aveva perso alcuni dei principali protagonisti dell'esaltante promozione (Lapadula, ma anche Torreira e Mandragora), ribadito a gennaio con una campagna di “indebolimento” perfino peggiore di quella di quattro anni prima, confermato con il dopo Oddo, affidato in maniera improvvida a Zeman, più per far felice una piazza ormai in preda a una crisi di nervi che per convinzione che quella potesse essere la scelta giusta per tentare un’impresa che già allora (per evidenti problemi strutturali) sembrava quasi impossibile.
Il boemo, che ha costruito la sua carriera e la sua credibilità col lavoro e la preparazione in avvio di stagione, ci ha messo poco di suo, come era logico che fosse e come lui stesso ha ammesso con largo anticipo («Pensavo di poter incidere di più su questa squadra»). Quel poco che ha provato a fare, a parte il rilancio di Fiorillo e la scelta di dar spazio e fiducia al baby Coulibaly, lascia quantomeno perplessi. Crescenzi nel tridente d’attacco, Muntari titolare part-time, l'attacco con i lunghi rilanci del portiere contro il Milan, la difesa alta contro El Sharawy e Salah, imprendibili contropiedisti della Roma. Una serie di improbabili esperimenti che nulla hanno dato al Pescara che lottava per una improbabile salvezza. E che ancor meno servono a quella che potrà essere la squadra del possibile rilancio che lo stesso Zeman dovrà costruire. Il Pescara bocciato che si accinge a giocare le sue ultime cinque partite in serie A con il banale e scontato obiettivo di chiudere il campionato almeno davanti al Palermo, ha già la valigia in mano, per ripartire resterà ben poco, come del resto lasciano intendere le tante notizie di mercato che già circolano da diverse settimane, per favorire quella rifondazione che dovrebbe permettere a Zeman di cominciare lavorare sul serio secondo quelle che sono le sue immutabili idee di gioco.
Prepariamoci allora alla solita girandola di nomi e di possibili arrivi da qualsiasi latitudine ma, almeno per il futuro, lasciamo perdere la parola “progetto”, troppo spesso abusata da queste parti e, visti i risultati, decisamente fuoriluogo. E il primo errore da evitare sarà quello di promettere un pronto ritorno in serie A. Perché se è questo l'obiettivo dichiarato si rischia di ripartire già con il piede sbagliato. Poche promesse, per favore, ma piuttosto qualche errore in meno, facendo tesoro di quello che si è combinato in questa ennesima stagione degli orrori.
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