Pace: retroguardia da irrobustire ma non ci sono difensori centrali

14 Novembre 2016

Il tecnico pescarese nel 1982 guidò il Catanzaro al settimo posto in serie A: «I biancazzurri praticano un gioco aperto, ma non sono più spensierati. Servirà un’impresa per evitare la retrocessione»

PESCARA. Nella stagione 1981-82, il tecnico pescarese Bruno Pace conquistò un brillante settimo posto in A al timone del Catanzaro. Da qualche anno non siede più in panchina, ma segue con attenzione la squadra della sua città.

Pace, che idea si è fatto sul Pescara?

«I numeri non tradiscono. L’organico non ha la caratura adeguata per affrontare un torneo così difficile».

Vuol dire che il Delfino è già retrocesso?

«No, ma servirà un’impresa per evitare la retrocessione. L’unica speranza se, alla riapertura del calciomercato, la distanza dalla zona salvezza non sarà troppo ampia. E a gennaio bisogna inserire rinforzi in grado di aumentare il tasso qualitativo della rosa».

Dopo il match con l’Empoli Oddo ha detto. «Qualcosa bisognerà cambiare». Lei come la vede?

«Anch’io avevo pensato ad un possibile passaggio al 3-5-2. Ma poi mi sono chiesto: dove li trova Oddo tre centrali per attuare quel sistema di gioco? Vi faccio un esempio. Il Chievo ha Dainelli, Spolli, Gamberini e Cesar, quattro elementi di grande spessore. I club che hanno come obiettivo la salvezza, per prima cosa, devono irrobustire la difesa. Nel Pescara non c’è il materiale adatto per stravolgere l’impianto di gioco. Si potrebbe pensare all’utilizzo di due attaccanti, ma poi chi li sorregge? Certo, qualcosa bisognerà fare per limitare gli errori individuali e dare maggiore protezione alla retroguardia, però non credo che Oddo abbia grandi margini di intervento».

Secondo lei Oddo è immune da responsabilità?

«Non so se ha compiuto errori di valutazione in estate, oppure ha accettato con troppa compiacenza la scelta dei calciatori. Se così fosse sarei meravigliato perché lo reputo molto intelligente. Bisognava approfondire il discorso sulla differenza tra la serie A e la B».

Si potrebbe rendere meno vulnerabile la difesa?

«Non è semplice. Forse si attua un gioco troppo “aperto” ed è innegabile che sia un rischio per una squadra che deve salvarsi. Magari il Pescara è un po’ troppo spregiudicato. Il gioco di Oddo è molto bello, però ti porta inevitabilmente a scoprirti, perché tanti uomini accompagnano la fase offensiva. Per restare in A ci si dovrebbe accontentare di qualche pareggio».

La squadra crea, ma segna poco. Perché?

«Oltre alla mancanza di un bomber, c’è il problema dei trequartisti che non sono specialisti del gol. Spesso arrivano stanchi alla conclusione, proprio perché il Pescara pratica un gioco dispendioso».

Mercato a parte, esiste un’altra via d’uscita?

«Servirebbe un colpo di fortuna che alzi il morale del gruppo, anche se dietro una crisi mentale ci sono sempre motivazioni tecniche. Mi sembra che i ragazzi stiano perdendo la spensieratezza della passata stagione e in campo non si divertano più».

Qual è il suo giudizio su Bahebeck e Manaj?

«Manaj è un giovane promettente, ma nessuno può pretendere da un ragazzo di 19 anni di essere determinante in A. Bahebeck in quelle poche apparizioni ha mostrato buone qualità, però è sempre infortunato. Anche l’anno scorso aveva giocato poco a causa di problemi fisici. In generale, bisogna ammettere che Oddo è stato penalizzato dai tanti infortuni e dalla cattiva sorte. Contro l’Empoli il Pescara poteva segnare almeno tre reti».

E su Pepe e Aquilani?

«Pensavo che la loro esperienza sarebbe stata utilissima per trascinare i numerosi debuttanti presenti in rosa. Invece, hanno avuto bisogno di tempo per mettersi fisicamente al pari dei compagni. Ma il Pescara non poteva permettersi di aspettare due mesi».

Le prime gare di campionato hanno illuso molti addetti ai lavori. Anche lei è rimasto sorpreso?

«Certamente. Mi ero entusiasmato, soprattutto nel primo tempo contro il Napoli, ma la qualità nel calcio viene sempre a galla. Ripeto, manca la spina dorsale per stare in A».(g.t.)

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