«Pugni, trionfi e record 40 anni sotto canestro»

6 Giugno 2017

Il pescarese (classe ’72) si racconta: volevo fare il calciatore...

PESCARA. Lo sport non è sacrificio ma una scelta di vita. Per Stefano Rajola è sempre stato così. 45 anni tra una settimana e circa 40 spesi sui campi da basket. Il playmaker di Pescara è il “Totti d’Abruzzo”. Ha giocato in A1 per tante stagioni e ora potrebbe aver chiuso la carriera nell’Amatori Pescara, in serie B. Quella Pescara che lo lanciato sui parquet più importanti d’Italia, dove ha affrontato giocatori del calibro di Bargnani, Myers, Pozzecco e tanti altri con le maglie di Napoli e Teramo.
Rajola, a 45 anni fa ancora la differenza sui campi da basket. Qual è il segreto della sua longevità sotto canestro?
«L’entusiasmo. Ho ancora tanta passione e l’emozione che provo, quando prendo in mano un pallone, è la stessa della prima volta».
Sta pensando al ritiro?
«Sto riflettendo sul mio futuro. Ho avuto anche dei problemi fisici in passato, ma mi sento bene e, quest’anno, ho fatto un gran campionato. Per me giocare è solo divertimento e, come ha detto Totti qualche tempo fa, la luce è ancora accesa. Gioco a basket solo per passione perché il lavoro è tutt’altro. L’età c’è, ma se non ho acciacchi posso tranquillamente fare la differenza. Quando non puoi fare più la differenza devi smettere. L’idea è quella di mollare, ma ho ancora voglia di continuare con l’Amatori. Anche se, a volte, bisogna cercare altri stimoli…».
Ovvero?
«A me piacerebbe fare l’allenatore. Dovrò parlare con la società perché l’Amatori Pescara è la mia assoluta priorità perché sono legatissimo al club. Poi è logico che non potrò rimanere a Pescara a vita, quindi voglio decidere per bene».
E se le dovessero dare la panchina dell’Amatori?
«No. C’è Salvemini, col quale ho un rapporto straordinario che va oltre lo sport, e, per questo motivo, per me è l’ultimo dei pensieri allenare l’Amatori. In futuro mi piacerebbe, ma a Pescara no perché c’è lui ed è giusto che sia così».
La sua è stata una carriera scintillante.
«Entusiasmante. Fare della propria passione un lavoro credo che sia bellissimo. Giocare per anni in A1 con società importanti è sicuramente un motivo d’orgoglio».
Si sente un po’ il “Totti del basket”?
«Come me, di longevi, ce ne sono stati tanti, tipo Mario Boni, ma nel mio piccolo sono felice. La cosa bella della mia carriera non è quella di giocare, ma di come giocare. Penso di aver dato sempre tutto: intensità, grinta e voglia. Sfido chiunque a trovare uno della mia età che abbia certi ritmi. Una cosa che ho notato anche durante i play off con Montegranaro, contro ragazzi più giovani di 20 anni».
I suoi maestri chi sono?
«Sergej Belov ai tempi di Cassino mi ha fatto capire il significato della parola “lavoro”. Devo tanto ai miei allenatori del settore giovanile quando ero all’Antoniana e poi alla Yale. Mi riferisco a i vari Lestini, Porretti, Cosentino e De Santis».
Quando ha capito di poter fare il giocatore professionista?
«Io ho sempre abbinato studio e basket, ma da Cremona in poi ho capito che potevo farcela davvero».
È laureato?
«Sì, dal 2001, in economia e commercio».
Gli anni più belli della carriera?
«Quelli di Napoli e Teramo. Napoli è la mia seconda città perché sono un tifoso di Maradona e del Napoli. Ho un rapporto viscerale con la città. A Teramo ci sono stati alti e bassi. Sono stato molto bene, senza dimenticare gli ultimi 8 anni tra Chieti e Pescara in cui mi sono divertito tantissimo. In carriera mi manca solo la promozione con l’Amatori. Dalla B2 alla serie A1 ho vinto sempre».
La gara più bella?
«Col Napoli, nel 2002, quando ho vinto la finale play off in gara 5 a Reggio Emilia, davanti a 5mila persone, contro una squadra fortissima. C’era Marcelletti in panchina; Dell’Agnello e Gentile in campo».
Negli anni di Teramo?
«I derby con Roseto i ricordi più belli. Teramo mi ha lanciato e poi in A1 ho avuto la possibilità di giocare contro grandi campioni».
Come è cambiato il basket negli ultimi anni?
«Rispetto a 20 anni fa, con la liberalizzazione degli stranieri, è diminuita la qualità del prodotto italiano. Non ci sono più le bandiere di una volta, come i vari Galanda, Myers e Bonora».
L’avversario più forte?
“Tyus Edney della Benetton Treviso, ma anche Bulleri e Langdon».
Il giocatore italiano più forte?
«Attualmente Gallinari e Belinelli. In passato Carlton Myers, anche se ha avuto alti e bassi e non ha vinto tanto rispetto alla caratura tecnica».
Si è fatto dei nemici nel basket?
“No, ma è capitato di prendere a pugni un compagno di squadra».
Chi?
«Mike Penberthy, ai tempi di Napoli. Abbiamo vinto tanto assieme, ma una volta, a fine allenamento, ci siamo menati di santa ragione e poi siamo diventati grandi amici».
L’avversario più corretto?
«Gianluca Basile (ex Fortitudo e Barcellona, ndr)».
L’allenatore che le ha dato qualcosa in più rispetto agli altri?
«Domenico Sorgentone a Chieti. Lui mi ha allungato la carriera e gli devo molto. Prima di lui dico Piero Bucchi, con il quale ho vinto il campionato a Napoli».
Conviene fare il giocatore professionista in Italia?
«Solo in A1 c’è il vero professionismo e, per guadagnare bene, devi essere nei primi 10-15 italiani più forti in circolazione».
Il suo sogno da bambino?
«Volevo fare il calciatore o il presidente del Napoli. Il mio idolo era Maradona ma amavo Bagni per la grinta che mostrava in campo».
Rajola, però, è un po’ giocatore e un po’ imprenditore.
«Sono socio di una palestra e ho un negozio che si chiama Jump Shot, tutto dedicato al basket. Ho fatto degli investimenti durante gli anni perché pensavo di smettere dopo ogni stagione, ma, poi, da 10 anni a questa parte, sono andato sempre avanti».
Ai cestisti del domani cosa direbbe?
«Mettete sempre impegno e perseveranza, ma senza perdere di vista il divertimento».
A livello locale su chi punta?
«Su Simone Fontecchio. Lui è un prospetto da Nba».
Cosa fa quando non pensa al basket?
«Mi dedico alla famiglia. Avendo poco tempo preferisco stare con mia moglie e i miei due figli. Seguo anche il calcio e mi piace giocare a tennis».
L’Abruzzo del basket non ha più squadre in A1.
«Peccato. Quest’anno mi è dispiaciuto tanto per la retrocessione in B della Proger Chieti. In A2 adesso c’è solo Roseto, che è la massima espressione in Abruzzo, e giocare lì con quell’entusiasmo è davvero bello per qualsiasi cestista. La prossima serie B sarà molto bella con sei squadre agguerrite».
Lei è pronto a far la guerra con la “sua” Amatori o è giunto il momento di smettere?
«Vedremo, dipenderà da diversi fattori...».
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