Pulici: il calcio è allegria, questo è solo business

7 Aprile 2018

Uno dei miti del Torino a Montorio tra i bambini: «Va di moda il possesso palla, ma in campo si va per fare gol non per perdere tempo. Belotti? Può fare meglio»

MONTORIO AL VOMANO. Fine settimana in provincia di Teramo per Paolino Pulici. L'ex bomber del Torino, 68 anni da compiere il 27 aprile, è l'ospite d'eccezione di una cena organizzata stasera al ristorante Via Veneto di Castelnuovo Vomano dal Toro Club Teramo Anima Granata. Ieri pomeriggio Pulici ha incontrato i ragazzi e i tecnici della scuola calcio del Montorio 88 e alcuni piccoli giocatori del Cologna Calcio. Con disponibilità e schiettezza Pulici si è intrattenuto per diversi minuti con i baby calciatori, sul manto erboso del Pigliacelli, raccontando esperienze, curiosità e aneddoti («Il 6 aprile 1969 ho segnato il primo gol in A contro l'Inter, a San Siro», ha detto con orgoglio) della sua prestigiosa carriera. Prima di concedersi all'abbraccio dei bambini, Pulici ha rilasciato un'intervista al Centro spaziando tra vari argomenti.
Di cosa si sta occupando, negli ultimi anni?
«E' dal 1990 che ho scelto di dedicarmi ai bambini della categoria Primi Calci a Trezzo sull'Adda, paese di 13mila anime a metà strada tra Milano e Bergamo. Dal lunedì al venerdì sono in campo con loro e cerco di trasmettere ciò che mi hanno insegnato. E' una bella soddisfazione. I bambini mi tengono vivo. Il calcio professionistico non mi apparteneva più».
Qual è il consiglio che di solito dà ai bambini?
«Di essere allegri e contenti quando entrano in campo. Lo dicevano anche a me quando ho iniziato. Nel calcio la prima cosa da fare è divertirsi. Questo è un gioco, non è un'industria come pensano in tanti».
Che ruolo rivestono le famiglie, a suo parere, nella formazione del piccolo calciatore?
«Nel 90% dei casi un genitore vede il figlio come un fenomeno. Questo comporta una pressione sbagliata sul bambino. I ruoli vanno rispettati. E' giusto incitare un figlio, ma per insegnare a giocare a calcio c'è l'istruttore sul campo».
Lei si rivede in qualche attaccante dei giorni nostri?
«Non amo i paragoni, fin da quando giocavo. In questo momento non vedo nessuno che possa assomigliarmi. Il modo di giocare a calcio, d'altronde, è cambiato tanto e non è più bello come una volta. Adesso, guardando una partita in tv, la cosa più importante è il possesso palla e i tiri in porta scarseggiano. In campo si va per fare gol, non per perdere tempo. Chi paga il biglietto, nella maggior parte dei casi, non si diverte».
Dell'attaccante del Torino Andrea Belotti che ne pensa?
«E' un bergamasco, ha un carattere forte e lo sta dimostrando. Spesso fa degli errori che io e altri attaccanti della mia epoca non potevamo permetterci perché gli allenatori non li accettavano. Se gli avessero insegnato di più, Belotti poteva già essere ad uno step superiore».
Della Nazionale che non farà i Mondiali che mi dice?
«E' l'immagine del calcio italiano. La Nazionale ricalca la crisi dell'intero movimento. Siamo arrivati al punto di far diventare italiani degli stranieri, che non sono bravi come i nostri. Le coppe si vincevano quando nei club c'era una base formata da giocatori di casa nostra. Serve gente giovane, motivata e che senta di essere un italiano vero».
Chi le piacerebbe vedere nel ruolo di Ct della Nazionale?
«Nessuno ha gli attributi giusti per guidare la Nazionale italiana attuale. Qualsiasi ct venga proposto adesso non ha scelte valide da inserire nel gruppo. In campo ci vanno i giocatori e sono loro che vincono o perdono».
A proposito, il Mondiale chi lo vince?
«L'Argentina, il Brasile, ma non mi sorprenderei se a vincere fosse una squadra meno attesa, ma che trova il mese perfetto».
Gaetano Lombardino
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